Al Campionato
Mondiale della Pizza di Salsomaggiore Terme
In ricordo del
caro papà
Mostro SIP: ricorso Telecom al TAR
decaduto ?
Secondo l’autorevole parere di un legale, sarebbero ampiamente decaduti i termini da parte della Telecom di discutere presso il Tribunale Amministrativo Regionale (T.A.R.) di Napoli il suo ricorso presentato contro il Comune, il quale aveva annullato le concessioni edilizie rilasciate alla società, nonché un’autorizzazione del 1991 per la realizzazione al tempo della Sip di un traliccio-antenna in pieno centro storico e incombente sul civico cinquecentesco Palazzo del Governatore, sede del Comune, revoca intervenuta nella Commissione Edilizia Integrata n. 29/96. La subentrante Telecom aveva presentato ricorso per l’annullamento del provvedimento comunale nei suoi confronti al Tar napoletano nel 1998. Solo dopo diverse insistenze degli ambientalisti locali, durante l’amministrazione comunale del sindaco Aldo Mariano, il Comune nominò un legale di parte, da cui si è appreso ben poco su come stanno le cose al TAR. Da allora, malgrado che le proteste fossero aumentate a causa anche delle nuove disposizioni in materia ambientale che stabiliscono i tetti massimi di emissioni di onde elettromagnetiche, infatti non si è saputo più niente.
Ora i difensori dell’ambiente hanno effettuato un consulto presso un legale, secondo cui la Telecom avrebbe dovuto presentare un’ “istanza di prelievo” al Tar per iniziare la discussione del ricorso pendente presso quel tribunale. Trascorsi i due anni dalla presentazione, il ricorso sarebbe decaduto e quindi dispiegano pienamente la loro efficacia le revoche a suo tempo decise dalla Commissione edilizia integrata. Il consulto legale è stato però dato alla “cieca” e a titolo gratuito, senza che si sappia niente dell’iter in corso e cioè se la Telecom abbia messo in essere la procedura dell’istanza di prelievo per avviare il procedimento. Sul grave fatto dell’esistenza di un “terribile mostro”, un vero scempio urbanistico e un killer per la salute dei cittadini, sito nel cuore della città, gli ambientalisti (pochi!) non intendono rassegnarsi e insistono che sia abbattuto per sempre insieme agli altri tre “figlioletti” che circondano la città. In questo modo Capua, con tutte le sue ambizioni di città turistica,muore. Ma loro, mostri padre e figli, probabilmente moriranno sì, ma di vecchiaia!
Massimiliano Spada
Furto su commissione di una fontana del ‘700 nel chiostro dell’Annunziata
Opere d’arte: i trafugamenti degli ultimi anni
I ladri d’arte non ci riuscirono nel 1996 ad asportare una delle due pregiate fontane di marmo del Settecento, ambedue gemelle e simmetricamente sistemate nel chiostro dell’antica Annunziata, ma questa volta ci sono riusciti sottraendo l’unica rimasta al quadriportico dell’Annunziata. Per fortuna la prima fu messa in salvo dopo che già era stata smontata ed ora è chiusa in un deposito comunale. L’asporto di ieri notte è avvenuto in due tempi. Dalle dichiarazioni del dirigente dell’Enpa Angelo Fascì risulta che i cancelli del chiostro sono stati trovati aperti dopo che gli ignoti ladri hanno tranciato le catene con i lucchetti. Ciò evidentemente per incominciare il lavoro preparatorio di distacco della fontana che era incastonata nel muro. Tre giorni dopo hanno fatto il resto, perché ancora una volta i lucchetti dei cancelli erano saltati. Quando ci tentarono la prima volta, allora, un abitante del palazzo diede l’allarme e l’assessorato alla cultura, molto sensibile, ne dispose l’immediato trasporto nel deposito comunale. Il chiostro era stato chiuso per evitare che ogni sera esso fosse meta di tossici ed era fino a poco tempo fa in uno stato di degrado igienico, ma adesso con l’aiuto dei lavoratori del reddito minimo, è stato ripulito e si presenta meno degradato. Ad accorgersene del furto è stato lo stesso dirigente dell’Enpa. E’ accorso poi un vigile che ha fatto i rilievi fotografici del caso, avvertendo gli uffici competenti per la denuncia ai carabinieri della sparizione. La fototeca di Block Notes ha fornito le immagini della fontana trafugata alla stazione dei carabinieri.Si ritiene che i ladri non avranno vita facile perché i carabinieri del nucleo per il recupero delle opere d’arte hanno l’identikit del reperto rubato. La fontana potrebbe essere ritrovata in qualche villa gentilizia, in una galleria d’arte o in un mercatino delle pulci.
Gli oggetti d’arte rubati negli ultimi trenta anni sono: le statue della villa comunale, la pregevole campanella del chiostro dell’Annunziata;la testa della statua di argilla incastonata nel palazzo ex Albergo delle Poste; la statua lignea di S. Lazzaro; lo stemma del portale catalano del civico 27 di via B. De Capua; l’antico lavabo all’esterno del Santuario di S. Lazzaro. Un balordo ha tentato di asportare persino la testa (finta) della fontana del Nettuno in via Roma,il cui originale è al Museo. Ci sono tanti altri reperti esterni facilmente asportabili dai ladri,ma sono molto a rischio gli interni delle chiese. Dopo i recenti furti, bisognerebbe veramente procedere alla catalogazione di tutto ciò che ha un interesse artistico (Proposta di Block Notes del novembre 1999 - 1ª pagina). Ma un assessorato alla cultura, in una città come Capua, non c’è! Si farà probabilmente quando “il museo all’aperto” non avrà neanche più una pietra da proteggere.
Franco Fierro
Dove
sono i libri di Palasciano ?
Il prof. Antonio Citarella, presidente dell’Associazione “F. Palasciano” ha lanciato un messaggio importante attraverso “Block Notes” del marzo 2003, pag. 3 quando scrive: … per studiare il Palasciano medico e chirurgo, per conoscere gli aspetti meno conosciuti della sua poliedrica personalità… bisogna consultare i suoi libri donati all’ospedale di Capua dalla vedova. I volumi, già riordinati dal compianto Prof. Garofano Venosta negli anni cinquanta e sessanta, sono custoditi attualmente presso il Museo Campano. Ogni non è possibile consultarli a causa di lavori che durano ormai da tempo ed impediscono agli studiosi di usufruire di un bene che appartiene all’umanità intera. Chiedo perciò cortesemente alle persone alle quali è stato concesso di custodire e di curare i libri di Palasciano, di metterli al più presto a disposizione di chi vuole consultarli. Auspico inoltre, e questo forse è ancora più difficile da ottenere, che i libri di Palasciano finiti, chissà come, presso case di privati cittadini vengano restituiti alla comunità”.
E’ giusto che al prof. Citarella, persona non solo impegnata in campo chirurgico ma in modo attivo in quello culturale, vengano fornite le giuste risposte sull’interrogativo che si pone. “Block Notes” è ben lieto di fare da tramite. Per quanto riguarda il Museo, abbiamo sentito direttamente il suo direttore, prof. Giuseppe Centore, il quale ha assicurato che da quando la schedatura è stata completata, i volumi sono consultabili. Quello che ci ha fatto riflettere è pero la “denuncia” partita dal prof. Citarella circa la voce che alcuni dei volumi della collezione Palasciano siano andati a finire in case private. Non abbiamo motivo di dubitarne e ci auguriamo che queste persone, se sensibili ai valori di cultura, facciano una “donazione” al museo per avere un fondo di libri del precursore della Croce Rossa più organico e completo.
F.F.
L’ultimo saluto a Simone Merola,
difensore degli immigrati, dirigente dell’A.N.O.L.F.-CISL
Mentre nel capoluogo mille immigrati e pacifisti manifestavano contro la Bossi-Fini e la guerra, nella stessa ora è deceduto Simone Merola, uno che sarebbe stato sicuramente in mezzo a loro per gli ideali che professava, se in grado di poterlo fare.
“Capua e la provincia perdono un sicuro amico degli immigrati,dei poveri, dei disederati” ha detto il presidente provinciale dell’A.N.O.L.F. – associazione oltre le frontiere, Domenico Iorio, ricordando Simone Merola, suo vice, scomparso per un male incurabile. “Era un uomo mite e sempre disponibile per la causa dei lavoratori immigrati extracomunitari – continua Iorio – abbiamo perduto con Simone un uomo attivo e di buoni principi. Il segretario generale Vittorio Guida ha espresso vivo rimpianto per la scomparsa di Simone che dimorava a Capua con la moglie Antonietta Zibella e i tre figli Emilio, Giuseppe e Luigi, prostrati ed inconsolabili per la perdita subita così repentinamente in soli pochi mesi. Lo scomparso era originario di Curti, la cui amministrazione comunale ha fatto affiggere avvisi pubblici di cordoglio per la sua dipartita. Anche l’ufficio dove lavorava Simone, il Centro di Orientamento Professionale della Regione Campania, sito in città al Corso Appio, ha partecipato vivamente alla scomparsa del collega, che aveva solo 54 anni e tutti hanno seguito il feretro addolorati per la perdita del caro amico.
Numerose le autorità civili e religiose di Curti. I funerali svoltisi nel suo paese natale sono stati accompagnati da tutta la popolazione.
Commossi, tra la folla, molti degli immigrati e gente di colore ai quali Simone, nel corso della sua esistenza, ha reso più dignitose ed umane le condizioni di vita.
F.F.
La Medicina nella Regola di S. Antonio Abate.
Considerazioni di igiene sulla vita monastica dei Santi Padri
Tebe fu la città santa dell’antico Egitto e rappresentò, dal 1600 all’800 a.C, il centro di una grande civiltà la cui importanza cominciò a diminuire con il sorgere di Menfi, la città rivale, che a sua volta accentrò la forza vitale degli Egiziani fino a che Cambise, figlio di Ciro il Grande e re dei Babilonesi, la distrusse durante la conquista dell’Egitto nel 525 a. C. La città sorgeva in quella parte dell’estremo sud che da essa prese il nome di Tebaide e che durante il dominio dei Romani si spopolò progressivamente fino a diventare un deserto. In quel deserto rimanevano i ruderi di vecchissime case e ville che rappresentarono presto rifugio per ladri ed avventurieri. La prima descrizione della Tebaide cristiana si trova nella vita dei Santi Padri del deserto cioè di quei religiosi che per condurre una vita ascetica si ritirarono in posti isolati. Quel deserto cominciò così a popolarsi di gente dalla strana vita che non parlava ma pregava, dormiva poche ore per notte e mangiava pochissimo. S. Antonio Abate può essere considerato l’istitutore della vita monastica della Tebaide e l’estensore della Regola che anticipa, sotto certi aspetti, quella che Benedetto da Norcia scriverà circa due secoli dopo. L’anacoretismo cristiano di cui S. Antonio fu il primo importante rappresentante era stato preceduto in Oriente da altre esperienze non cristiane. Molte persone, infatti, pensarono di vivere una vita isolata al contatto con la natura con pochissimi mezzi a disposizione, favoriti in ciò dalla mitezza del clima e dalla ricchezza del suolo. Quando il loro numero aumentò essi si raccolsero in comunità. Di queste la più importante fu la setta dei Terapeuti che popolavano le regioni desertiche dell’Egitto mentre gli Esseni popolavano i deserti della Palestina. I primi abitavano le rive del Mar Rosso e di essi Plinio il Vecchio, il famoso naturalista morto durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d. C., dice: ”Gente singolarissima, senza donne, che ha rinunciato ai piaceri, e vive povera tra le palme: sussiste da secoli senza figliare, sì feconda è per lei la sazietà della altre fogge del vivere”. Il nome di Terapeuti non deve farci pensare che essi svolgessero una qualche attività medica. Volevano invece guarire i mali della loro anima e si proponevano in aiuto a quanti si trovavano nelle loro stesse condizioni. Non differenti dai Terapeuti furono gli Esseni. Erano persone che vivevano senza donne e senza danaro in mezzo alle palme avendo rinunciato ad ogni piacere carnale. Di essi lo stesso Plinio dice: ”Senza mai generare questa gente si rende eterna da migliaia di secoli, tanto feconda è per essi l’altrui penitenza”. Ciò che ho detto ha soltanto un valore storico perché in effetti l’anacoretismo cristiano fu tutt’altra cosa. Mentre gli Esseni e i Terapeuti avevano scelto quel tipo di vita come medicina spirituale, gli anacoreti cristiani avevano visto invece nella solitudine un mezzo per ricongiungersi a Dio. Per raggiungere questo obiettivo si sottoponevano perciò a rinunce e sacrifici in un isolamento completo lontano dalla gente. S. Antonio nacque a Konan nell’Egitto superiore intorno al 300. Perduti i genitori all’età di 17 anni cominciò una vita ritirata pur vivendo tra la gente fino all’età di trentacinque anni allorché si ritirò nel deserto ove abitò una vecchia casa abbandonata. In essa viveva grazie alle cure degli amici che, senza poterlo incontrare, gli lanciavano il pane al di sopra del muro di cinta della casa. Ben presto la fama della sua santità si diffuse e cominciò allora un pellegrinaggio presso la sua dimora per udire la sua parola ma, soprattutto, per invocare la guarigione dai tanti mali da cui la gente era afflitta. Vi si recavano, in particolare, gli indemoniati per essere liberati dalle forze del male. Oltre queste guarigioni la tradizione ne riporta altre riguardanti malattie diverse come quella di una giovane affetta da una terribile malattia: le usciva dagli occhi, dal naso e dalle orecchie una secrezione fetida che, come cadeva in terra, si convertiva in vermi. I parenti della ragazza avendo sentito della santità di Antonio lo pregarono, tramite i monaci, di riceverli. Antonio non volle accondiscendere e disse loro: ”Andate e se ella non è morta la troverete guarita. Niuno dovrebbe venire a me uomo vilissimo, per questa cagione: perocché la cura che da me domandate non è di potenza e di misericordia umana, ma di Gesù Cristo al quale, a chi fedelmente a Lui dimanda, dà volentieri il suo aiuto”. I monaci andarono e trovarono la giovinetta guarita. Altra guarigione fu quella di una monaca figlia di un tal Publio che nel convento di Laodicea ove si trovava era affetta da gravissimi dolori allo stomaco. Il conte Archelao gli fece richiesta di interessarsi di questo caso ed il Santo acconsentì. Il suo interessamento consistette nel pregare per lei e, mentre pregava, la giovane fu guarita. La pietà che il Santo provava nei confronti degli ammalati che ricorrevano alle sue preghiere si evidenzia dalla Regola che Egli lasciò ai suoi monaci. Colpisce il fatto che S. Antonio, di cui sappiamo che era un severo digiunatore ed il cui raro pasto era rappresentato da una sola erba, ammonisce nella sua Regola: ”Non limitare il malato nel mangiare, né gli togliere il pasto…” ed ancora: “Visita gli infermi e gli ammalati ed empi le loro misure ed i vasi di acqua”. L’acqua, la vita della natura, la vita che si trasfonde nelle piante e che rianima l’animale stanco e l’uomo assetato. Riempi di acqua i vasi del fratello infermo ed Egli avrà la salute ma aggiunge: ”… Non conturbare la sua anima afflitta” perché un uomo malato è tale nel corpo e nell’animo. Anticipa così di quasi due millenni i principi della medicina psicosomatica secondo i quali bisogna curare non solo il corpo ma anche l’anima. Le considerazioni che scaturiscono da quanto è stato detto sono molteplici ma riguardano innanzitutto il modo di vivere di questi anacoreti e le condizioni di igiene nelle quali vivevano. Essi non passavano certamente in ozio le loro giornate, dormivano poco e mangiavano pochissimo o addirittura digiunavano. Lottavano continuamente contro le tentazioni della carne ma avevano anche capito che la base della vita cenobitica era il lavoro. Questo concetto per i monaci dell’occidente fu tradotto da S. Benedetto in “Ora et labora“. La primitiva regola monastica raccomandava infatti il lavoro insieme con la preghiera. Il lavoro fu considerato quindi come regola igienica e di medicina, salutare per il corpo e per l’anima. Lavoro era qualunque attività, da quella rigidamente manuale e umile che consisteva nello spostare sabbia e sassi per vincere la sonnolenza conseguenza delle lunghe veglie, a quello rivolto ad attività che assicuravano la sopravvivenza quali l’agricoltura o i lavori nell’orto o a quella più elevata che gli amanuensi svolgevano in biblioteca. Di queste attività faceva parte anche la cura che i monaci dovevano avere degli ammalati. Di questi successivamente se ne occuparono i monaci “infirmari” cioè i monaci infermieri. Ho già detto che il vitto dei monaci era scarso. Consisteva in poche erbe bollite senza alcun condimento o in mezzo pane al giorno o cinque fichi secchi. Solo successivamente venne aggiunto qualche altro alimento escludendo però sempre carne, formaggio, vino, salsa e pesce salato. Il pasto era unico e si faceva dopo il tramonto. Diceva un monaco egiziano che il sole non lo aveva mai visto mangiare. Il sonno era come il cibo cioè assai limitato. Non si dormiva più di quattro ore per notte. Alcuni monaci come i discepoli di Ammonio Abate non dormivano per niente rimanendo in preghiera seduti o in piedi. Vi era un monaco che provvedeva a svegliare i confratelli che si addormentavano e per calcolare l’ora, visto che non vi erano orologi, ci si basava sul canto del gallo, sul corso delle stelle, sul tempo che le candele impiegavano per consumarsi, sulle clessidre e orologi ad acqua, sulla durata dei salmi e sulle letture. A considerare questa vita di stenti viene da pensare che il fisico di questi Padri fosse minato invece essi vissero oltre i cento anni alcuni, come S. Paolo l’Eremita che visse 113 anni. S. Macario il giovane ne visse 100; S. Antonio 105; Schenute di Atrope ne visse 118. Gli altri monaci vissero quasi tutti tra gli ottanta e i novanta anni. Persino i penitenti che trascorsero la loro vita su di una colonna prendendo il nome di stiliti, vissero in media ottanta anni. Sembra un paradosso ma è certo che quello stile di vita fu di giovamento per quegli uomini che, anziché esserne indeboliti nel fisico, ne furono invece rafforzati ottenendone una longevità superiore agli altri. Da ciò si ricava come insegnamento che per vivere a lungo bisogna condurre una vita tranquilla in un ambiente sano e mangiare poco.
Antonio Citarella