Prima c’era il cippo di Martucci
Lo scultore Cifariello si ispirò alla “Domenica del Corriere”
per il monumento a Salomone
Quando si pubblicava la “Domenica del Corriere”, testata chiusa qualche anno fa, molti episodi ed eventi, tristi o lieti, riguardarono personaggi e notizie della nostra città con disegni policromi usciti dalla provette mani di Antonio Beltrame. Uno in particolare ha richiamato il nostro interesse meritando alcune riflessioni. Ci riferiamo alla prima pagina del numero 10 del 5-12 marzo 1916 con la raffigurazione della scena in volo del Caproni C. 478 del capitano Oreste Salomone, che benché ferito e sanguinante, riportò alla base il tenente colonnello Alfredo Barbieri e il capitano Luigi Bailo, i due compagni uccisi nel duello aereo con i caccia austriaci, che appaiono sullo sfondo dell’azione bellica. Con il carico di morte Salomone portò alla base di partenza la mitragliera di prora e le bombe inesplose rimaste sotto la carlinga insanguinata. Non è questo il momento di riproporre l’eroica figura di Salomone, il quale, non in azioni di guerra, col suo aereo cozzò contro una casetta ed alcuni alberi perendo tragicamente. Era il 2 febbraio 1918. Di lui D’Annunzio disse: ”Con la sua vita restò mozzo la cima di un bel albero, accendetegli ogni anno un fuoco sul Volture”.
Il tragico epilogo per gli aviatori italiani rappresentava l’episodio del volo su Lubiana del 18 febbraio 1916, impresa non riuscita. La “Domenica” era solita dedicare con un’illustrazione in prima pagina, settimanalmente, un disegno didascalico su fatti di attualità; infatti a sole due settimane dal 18.2.1916, uscì con il gesto eroico dell’Aquila capuana. (La stessa illustrazione è uscita anche su “La Domenica del Corriere” sul n. 29 del 19.7.1964). Dopo 15 anni dalla morte dell’eroe, nel 1933 fu inaugurato il monumento a Salomone alla presenza del principe Umberto di Savoia e della moglie Maria Josè. Era esattamente il 27 luglio 1933 e della cerimonia sono in circolazione documenti filmati e fotografici.
Esaminando attentamente l’opera scultorea di Cifariello appare inequivocabilmente che il monumento è l’esatta copia, forse per sua stessa volontà, del disegno di Beltrame sulla “Domenica del Corriere”. Il monumento era stato commissionato per onorare la memoria dell’eroe Salomone, quindi era ad personam, ma successivamente adattato a “Monumento ai Caduti”. Come ha detto giustamente il presidente del comitato “Capua città martire”, il colonnello Galluccio, bisognerebbe farne un altro, restituendo a Salomone la titolarità dell’opera appositamente creata per lui. La terza ed ultima considerazione riguarda il sito di piazza Landone, dove è ubicato il monumento. Prima ancora a quel posto c’era quello di Giuseppe Martucci, smontato e ricostruito in piazza De Renzis. Fu un trasloco forzato o già erano alcuni anni che era stato trasferito? Perché tutto questo? Ve lo diremo nel prossimo numero di “Block Notes”.
(Foto: 1ª pagina “La Domenica del Corriere” n. 10 del 5-12 marzo 1916).
Franco Fierro
Arte in computer di Giuseppe Cesaro
II poeta Giuseppe Cesaro, caporedattore del Gazzettino del Monticello, è stato inserito in un catalogo d’arte’ir-ritata’ dalla cooperativa romana Sensibili alle Foglie’. Questo tipo d’arte nasce in genere in condizioni reclusive, in carcere o collegi.;acquerelli su fogli di carta, scarabocchi con la penna a biro, collage su quaderni ecc. Ora con Internet ed i mezzi moderni è possibile intervenire sulle stesse fotocopie colorate. Il poeta ci ha detto anche di dipingere soprattutto volti tristi ed infantili, e sente nostalgia dei suoi acquerelli.
Storia di guerra: Giuseppe De Gennaro trucidato dai tedeschi
Seconda parte
Era il mese di luglio del 1947. Erano passati quasi quattro anni dalla sparizione di Giuseppe De Gennaro, di suo cognato Gabriele Boccia, e del loro compagno di sventura il carbonaio di cui non conosciamo il nome; ormai tutti i prigionieri di guerra erano quasi tutti tornati alle loro case, compreso il Barone capuano De Renzis, ma i soprannominati non avevano dato un cenno né notizie che avrebbero potuto tranquillizzare le loro famiglie, allorché la signora Concetta, madre di Giuseppe De Gennaro diede sfogo a tutto il suo dolore in occasione della visita della sua nipote Amalia Martone, residente a Sparanise. Anche lei aveva avuto il marito trucidato dai tedeschi. La signora Concetta pregò, la nipote di indagare nella zona del Comune di Francolise, specie nella frazione di Montanaro dove loro erano state sfollate, affinché attingesse notizie che potessero essere utili a chiarire le scomparse. La signora Amalia mantenne la promessa. Nella stessa giornata si recò a Montanaro. Si fermò in una masseria e dopo aver comprato un sacchetto di fagioli, a mò di curiosità chiese al contadino se sapesse che fine avessero fatto gli uomini catturati dai tedeschi. Il contadino gli raccontò che tempo addietro mentre arava il terreno da coltivare a grano la lama dell'aratro aveva tirato fuori un cranio con una zucca pelata e due denti d'oro. Lo aveva risotterrato subito. Forse era un tedesco perché comunque gli uomini presi erano ancora prigionieri in Germania. No! pensò la donna che ricordava come il cugino Giuseppe avesse in bocca due denti d'oro. La signora Amalia riprese il treno, per Capua e corse trafelata dalla zia per dare la notizia. La signora Concetta avvertì suo figlio Antimo De Gennaro, il quale inforcò una bicicletta fece di corsa i 16 Km. fino alla masseria dove avvicinò il contadino che aveva venduto i fagioli alla cugina Amalia. Accompagnato dal giovane figlio del contadino, Antimo De Gennaro, giunse in un campo da poco era stato falciato il grano. Qui con una prima picconata venne fuori la coccia di un cranio con due denti mancanti. Continuò lo scavo e uscì un orologio con catena che gli parve familiare. Poi uscirono i piede scalzi, mentre con il badile puliva man mano i reperti. Uscì un osso con un anello d'oro. Il sudore gli copriva tutto il volto gli impediva di leggere nella fede, un giovane lesse per lui "Teresa Boccia, Capua... 193..." Era Peppino! Erano con lui i trucidati il cognato Gabriele Boccia ed il carbonaio. Antimo pianse tutte le sue lacrime accasciato dal dolore. Accorse intanto tanta gente dal paese avvisati dal Gutturiello. Arrivò trafelata anche la povera moglie del carbonaio. Tanta gente aiutò Antimo De Gennaro a finire di scavare la fossa e tirare fuori tutti i resti mortali. Arrivò anche il Giudice della Pretura di Carinola per le constatazioni di legge. Arrivarono infine, con il treno, da Capua il nonno Giuseppe accompagnato dal vigile Arturo Troili. I resti furono posti in tre cassette e portati al Cimitero di Francolise. Bisognò espletare tutte le pratiche burocratiche. Dopo di che vi fu il solenne funerale a cui parteciparono le maestranze del Pirotecnico E.I. di Capua e quelli del Campo di Aviazione di Capua ove aveva lavorato il maresciallo: Gabriele Boccia. Tutti a rendere onore a quei generosi che avevano perso tragicamente la loro vita.
Carlo De Vivo
"L'AVVOCATO RISPONDE"
Un cognome al femminile
Che fine ha fatto quel progetto di legge che avrebbe dovuto porre fine alla anacronistica istituzione dell’imposizione del cognome paterno (e solo paterno!) ai figli nati dal matrimonio? La legge, che ormai pare essere finita nel dimenticatoio, avrebbe dovuto prevedere la facoltà di scelta tra i due cognomi, ovvero, in caso di disaccordo, la possibilità di dare al bambino entrambi i cognomi dei genitori, lasciandogli poi la scelta di decidere quale passare ai figli. Pur non negando il diritto dei padri di percepire come legittimo il desiderio di vedere attribuire ai figli il loro cognome, mi pare giusto e sano restituire la sua naturale dignità al ruolo materno, ormai troppo a lungo sacrificato e mortificato dall’espropriazione di un diritto sostanzialmente tutto femminile.
Storicamente un esempio fortemente simbolico di espropriazione della maternità è offerto dallo ius tollendi riconosciuto al padre nel diritto romano. Si trattava di una facoltà riconosciuta al padre di accettare o meno il neonato nella famiglia. Il rito consisteva nel prendere il bambino tra le braccia e sollevarlo, riconoscendone, così, la paternità. Diversamente, il fanciullo non accettato si trovava nella condizione di expositus. E’ inutile sottolineare che il fatto che avesse una madre era del tutto irrilevante.
Eventi storici hanno spesso evidenziato sottolineato una pretesa disuguaglianza tra uomini e donne. Ed in realtà uomini e donne sono diversi, infatti non parlo, né voglio parlare di uguaglianza, bensì di equivalenza. Uomini e donne, ferme restando le inevitabili e naturali diversità, si equivalgono sul piano sociale, ed è in nome di questa equivalenza che i bambini hanno il diritto di portare (anche) il cognome della madre. La società non può far finta che la donna, la madre non ci sia, quasi che il figlio l’abbia fatto solo il padre. Le donne non sono fantasmi, ci sono e fanno figli, ai quali hanno il diritto di dare il loro cognome. Così come le donne ci sono e fanno i medici, gli avvocati, i professori, ecc.. Ma queste professioni sono storicamente maschili per cui, come antica memoria della stonatura ovvero dell’eccezionalità di una donna professionista, il nostro vocabolario non comprende i termini “dottora”, “avvocata”, “professora” e così via, ma preferisce continuare a storpiarli e distorcerli con dottoressa, avvocatessa, professoressa. Dettagli di questo tipo possono apparire insignificanti o solo formali a chi li guardi con disattenzione, ma, in realtà sono carichi e pregnanti di significato, in quanto retaggio e memoria di antichi e dolorosi pregiudizi. Quando la dignità delle donne sarà pienamente rispettata, sostanzialmente e formalmente, in questa società che si evolve e matura con tanta lentezza e quasi con sofferenza?
Avv. Maria Gagliardi
Il 18 maggio cerimonia per l’eroico Brig. Di Rauso
Il 18 maggio si celebra, a cura dell’A.N.C. di cui è presidente il dott. Antonino Abate, il 25° anniversario del sacrificio del concittadino Gaetano Di Rauso, brigadiere dei carabinieri, medaglia d’argento al v.m., morto nell’adempimento del suo dovere, con un rito liturgico nell’Annunziata, la cerimonia al monumento dei Caduti, un concerto in piazza dei Giudici della Banda dell’A.N.C. dell’Ispettorato “Lazio” coadiuvata dal Coro Polifonico “Virgo Fidelis” del Comando Generale dell’Arma dei carabinieri.
Gaetano Di Rauso, vittima del dovere, nacque a Capua il 15 febbraio 1951 da Michele e Assunta Busico nel rione Boscariello. Dopo aver compiuto gli studi medi superiori, si arruolò nella Benemerita, avendo da bambino questa vocazione. Purtroppo il suo destino era già scritto nel Regno dei Cieli perché dopo poco tempo dal suo arruolamento la sua giovane vita fu stroncata e recisa come un fiore nella sua radiosa bellezza. Era da appena un mese e mezzo in forza al Nucleo Operativo dei carabinieri di Crema quando il 4 aprile del 1978, si verificò il tragico episodio che gli stroncò l’esistenza. Quel giorno Capralba piccolo centro del Comasco, venne sconvolta dall’improvviso apparire di quattro giovani su potenti moto. Due di loro entrarono in un bar, pistole alla mano, minacciando la proprietaria, gli altri due entrarono nella vicina banca per attuare una rapina. Compiutala, con un bottino di sei milioni, coperti dalla fuga dei compagni, i due banditi scapparono con la moto. Immediatamente, accorsero i carabinieri, tra cui il brigadiere Gaetano Di Rauso che intimò l’ “alt” ai banditi. Per tutta risposta, uno di essi fece fuoco con la pistola, ferendolo gravemente. Benché sanguinante, Di Rauso sparò una raffica uccidendo uno dei banditi e ferendo gli altri tre. Purtroppo il coraggioso brigadiere morì in ospedale poche ore dopo.
I GIOCHI INFANTILI
(di Armando Medugno)
Nona puntata
‘A pernacchia, ‘a sguessa
La pernacchia, poiché non può essere annoverata tra i giochi infantili, va comunque considerata e pertanto trattata sia per un fatto storico che qui di seguito sarà riportato e sia perché i ragazzi di Capua si divertivano non solo a rivolgerla ad un soggetto che passava per le strade della città, ma anche a chi la faceva più forte e lunga tanto da farsi mancare il fiato. Anche Eduardo De Filippo, in un suo noto film, insegna ad un ragazzo, Esposito, suo omonimo, in quanti modi si può fare la pernacchia e come va fatta.
I modi di cui riferisce Eduardo ne sono tanti, ma basta desciverne solo quattro, i più usuali. Uno, per ottenere i classico rumore di “pru...”, è quello di mettere la lingua fuori dalla bocca e gonfiando le guance di aria si lascia uscire con violenza; il secondo, dal suono acuto e lungo, si ottiene mettendo il pugno chiuso con un foro, per il libero passaggio dell’aria, vicino alla bocca, avendo cura di fare il muso da trombettiere; il terzo si fa mettendo il palmo della mano aperta e premendola forte vicino alla bocca si lascia uscire l’aria; infine, ultimo, del tipo sguessa, dal latino subveza, si ottiene dall’angolo formato dal pollice e dall’indice vicino alla bocca.
La pernacchia, certamente non era e non è un divertimento solo dei ragazzi ma anche dei giovani e degli anziani, in quanto un po’ tutti la fanno.
Fino a pochi anni addietro, a Capua, vi erano i migliori pernacchisti e sgussatori, come lo erano i nostri predecessori, quando la fecero per la prima volta per umiliare i romani, come viene riportato nel 4º volume della “ Guida d’Italia “, capitolo della Campania, dove si legge: - … i Sanniti capuani (1) nel 321 a.C. dopo aver sconfitto i Romani li costrinsero a passare sotto le Forche Caudine che era uno stretto passaggio tra la Campania e il Sannio e mentre i Romani sfilavano sotto dette forche i nemici trionfanti intonarono per la prima volta una loro invenzione del momento, “la gloriosa pernacchia“.
Nota: (1) - I Sanniti appartenevano alla popolazione della Campania, formatasi nel V secolo a.C., da prima si fusero con gli Osci e poi gli tolsero Capua nel 424 – 425 a.C.
‘O carrucciolo
C’‘o carruocciolo, il quale si può considerare il precursore del go-kart, i ragazzi di Capua si divertivano cimentandosi nelle gare di corse. Partivano dalla discesa del cosiddetto Ponte Romano, perché con una spinta arrivavano fino in Piazza dei Giudici. ‘O carruocciolo, oltre ad essere il precursore del go-kart, è senz’altro derivato dal carroccio Medievale che ancora in molte città italiane si usa nelle festività. Era un oggetto di facile costruzione, tanto che bastava una tavola lunga 50-60 centimetri e larga 40, che aveva il davanti una specie di manico, come quello usato in cucina per tagliare la carne o batterci sopra il lardo, dove vi era imperniato un asso, con ruote di legno o cuscinetti a sfere, libero di girare a destra e a sinistra; mentre l’asso davanti era mobile perché governato da un filo di spago, quello di dietro era fisso.
‘A pipparella
‘A pipparella, come per altri giochi trattati nei capitoli precedenti, non può essere annoverata tra i giochi infantili, va per primo ricordata affinché vi resti memoria e poi perché i ragazzi di Capua si divertivano facendo finta di fumare. ‘A pipparella si faceva con “l’agnulillo“, la ghianda, si andava in villa comunale a raccoglierlo, poi si faceva un foro laterale e dentro s’infilava un pezzo di cannauccelo o di cannarinula, (La cannauccela si ricavava dalla canna della canapa, quasi sempre sfilata da una carretta che ne trasportava un carico, mentre la cannarinula, sottile e nodosa, si andava in riva al fiume a prelevarla).
La pesca nel libro
La pesca nel libro si faceva sia tra i banchi della scuola elementare e sia al doposcuola. La posta in gioco erano i fogli di quaderni, a righi o a quadretti, i quali si mettevano tra le pagine del libro e li vinceva chi li trovava. Questo più che essere un gioco era un espediente per farsi i quaderni a discapito degli altri e dimostrare al genitore di averlo comprato con i soldi avuti.
Il girotondo
Il girotondo, che tutti i ragazzi conoscono per averlo fatto negli asili infantili delle suore, lo facevano solo le donne. Si davano la mano e girando intorno intorno cantavano: “giro giro tondo cavallo imperatondo, cento cinquanta la gallina canta e lasciala cantare, mi voglio immaritare… eccetera”.
Il tiro alla fune
Per eseguire il tiro alla fune ci volevano, oltre al canapo molto resistente, pari partecipanti dall’uno all’altro capo. S’iniziava tracciando a terra due linee distanti tra loro da 5 a 6 metri e dietro si ponevano i partecipanti: perdeva la squadra che la sorpassava. Se il tiro alla fune per i ragazzi era una vera e propria sfida che si facevano tra rioni, per gli uomini che lo facevano nelle festività dei Santi Patroni, era un puro e semplice intrattenimento.
‘O cucchiero e ‘a regina
Il cocchiere e la regina, oppure la signora, era un gioco primaverile che facevano sia i ragazzi che le ragazze. Per questo gioco occorreva solo un pezzo di spago lungo 15 o 20 metri, il quale si faceva passare prima sulle spalle del ragazzo che fungeva da cavallo, poi sotto le ascelle: i capi estremi, le redini, li governava il cocchiere. Nella carrozza, ottenuta dallo spago, vi entrava la regina o signora con le accompagnatrici e all’arri arri…! del cocchiere la carrozza partiva per fare il giro di Piazza Eboli.
Questo gioco fatto dalle ragazze era abbastanza pulito, mentre quello fatto dai ragazzi era sporco e con una punta di malvagità, in quanto permettevano l’ingresso della regina nella carrozza, facendole mettere il piede, ossia, la scarpa sporcata di sterco di cavallo, di cane o di altro…, sulla staffetta che un ignaro lacché faceva con le sue mani.
‘E buatte, i barattoli
Il gioco dei barattoli iniziava quando tutti i partecipanti avevano due lattine, le quali avevano contenuto prodotti liquidi, come birra, coca cola, acqua minerale, salsa di pomodoro o altri prodotti. Si facevano due fori dove si infilavano due capi di spago con un nodo alla fine per questo non uscisse. Appena era tutto era pronto si tracciavano due linee molto distanti tra loro, quella di partenza e quella di arrivo e si dava inizio alla corsa. Ogni concorrente per raggiungere il punto di arrivo saltava tenendo ben teso lo spago e tirandolo affinché i barattoli non uscissero dai piedi. Chi cadeva o metteva i piedi a terra era eliminato e a vincere il premio posto in palio era colui che arrivava per primo e senza penalità.
Fine della nona puntata