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Notes - Marzo 2004 - |
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mensile del telegiornale quotidiano di ReteCapua |
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Strade e piazze di
Bellona: Toponimi e cenni storici - Prima puntata
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L'abitato di Bellona si estende in un ampo pendio chiuso, da Nord ad Est, da una catena di monti: a nord dal Colle S. Croce (m. 170), a nord est dal Monte Castellone (m. 328), ad est dal Monte Grande (m. 372) e dal Monte Rageto (m. 291) e a sud con la piana del fiume Volturno.
Bellona prese il nome dalla dea pagana della guerra moglie del dio della guerra Marte. A Roma, nel Campo Marzio, dove i soldati romani si esercitavano, erano stati eretti due templi in onore della dea Bellona e del dio Marte. In passato esistevano a Bellona due templi romani.
Il primo, ubicato in zona Merculune, ai piedi del Monte Grande, era dedicato a Mercurio e, ancora oggi, si notano i resti di un mosaico che dimostrano l'esistenza di un edificio. Il secondo tempio, dedicato alla dea
Bellona, era in Contrada Casale. Il tempio a pianta circolare, del diametro di 5 metri, custodiva l'immagine, scolpita su marmo, della dea Bellona vestita con una armatura, un elmo ed una lancia in mano. Alle falde del Colle S. Croce si notano tuttora i resti di una villa romana del I secolo a.C. e due cisterne necessarie per fornire l'acqua sia ai residenti, che per i lavori agricoli del terreno circostante.
Molte sono le strade e le piazze che costituiscono il tessuto urbano di
Bellona. Percorrendole idealmente, ci soffermeremo sui personaggi dai quali le arterie bellonesi hanno preso il nome.
Piazza Umberto I. In questa piazza, secondo un'antica tradizione, si svolgono tutte le più importanti manifestazioni. Sulla facciata principale della torre dell'orologio si nota una lapide in marmo su cui sono incisi i nomi di soldati bellonesi scomparsi nella Prima Guerra Mondiale (1915-1918), nella guerra di Spagna (1936) e nella II Guerra Mondiale (1939-1945). Umberto I, figlio di Vittorio Eamanuele II e di
Maria Adelaide Arciduchessa d'Austria, nacque a Torino il 1844 e morì a Monza il 29 luglio 1900. Nel 1868 sposò la cugina Margherita di Savoia e, da questa unione, nacque Vittorio Emanuele
III, proclamato Re d'Italia dopo la morte del padre, Umberto I fu ucciso dall'anarchico Gaetano
Bresci, mentre assisteva ad una festa nel parco della Villa Reale di Monza. Il Bresci si avvicinò alla carrozza reale per offrire un bouquet di fiori al Re ma, assieme ai fiori, stringeva tra le mani un pugnale colpendo il Re al torace. Umberto riposa a Roma nel Pantheon, insieme alla Regina Margherita.
Via Armando Diaz, collega piazza Umberto I con la periferia est di Bellona che comprende le contrade Monticello e
Cesa. Armando Diaz nacque a Napoli il 1861 e morì a Roma il 1928. Dopo la sconfitta di
Caporetto, il 9 novembre 1917 Diaz fu chiamato per sostituire il Gen. Cadorna nel Comando Supremo dell'esercito italiano. Con la battaglia del Piave il Gen. Diaz riuscì a sopraffare l'esercito austro-germanico, respingendo il possente assalto nemico.
Dopo averla accuratamente preparata, tre mesi dopo Diaz sferrò un'offensiva a Vittorio Veneto determinando la resa delle forze nemiche e la fine della I Guerra Mondiale. La salma del generale Diaz, dopo essere stata esposta a Roma dinanzi al monumento al Milite Ignoto, fu sepolta nella chiesa di Santa Maria degli Angeli.
Fino all'anno 1775, presso l'edicola dedicata a S. Marco, edificata nelle adiacenze del palazzo Della
Cioppa, si celebrava la Messa cantata ed i vespri durante le festività in onore dell'Evangelista.
Oggi si notano fedeli che depongono ceri votivi e fiori ai piedi della Sacra Immagine, anche se le festività restano dimenticate.
Franco Valeriani
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Annibale, il nemico di Roma
"Intervista con la Storia" |
Prima puntata.A bordo di una trireme romana abbiamo attraversato il mare Mediterraneo e siamo sbarcati in un porto del Nord Africa spinti dal desiderio di visitare una città, di cui tutti parlano con ammirazione, ed incontrare un noto condottiero. Ai nostri occhi è apparso uno scenario meraviglioso: una vasta pianura ricca di vegetazione, attraversata da numerosi corsi di acqua limpida. In lontananza si nota una delle più belle città di tutta l'Europa: Cartagine, che non ha rivali nell'arte e nel commercio. I suoi campi sono fiorenti ed i granai sempre pieni. Una città abbellita con statue di marmo, ameni giardini ricchi di fiori, templi e palazzi ricoperti di marmi pregiati. Lussuosi locali e centri culturali sono il ritrovo della classe dirigente e dei patrizi Cartaginesi. Le strade brulicano di gente sempre frettolosa per gli ultimi acquisti, prima di ritornare a casa.
I Cartaginesi vivono una vita operosa e serena, tra gli agi e la spensieratezza, ma, all'occorrenza, si trasformano in guerrieri pronti a difendersi da qualsiasi minaccia. La posizione geografica fa di Cartagine una città marinara e le sue navi raggiungono ogni porto. I mercanti cartaginesi comprano o vendono merce di ogni genere: incenso dell'Arabia, porpora di Tiro, rame di Cipro, argento della Spagna, ferro dell'isola d'Elba, stagno delle isole britanniche ed essenze e oli profumati ricavati da esperti produttori capuani. Dopo settimane di estenuanti traversate, i marinai cartaginesi ritornano a casa desiderosi di riposare e respirare la brezza marina che porta gli odori degli orti ricchi di sambuco, di aranci e di ligustro dai fiori bianchi a grappolo. Cartagine, meravigliosa città mèta di turisti, fu fondata da una donna: Didone di Tiro, il cui marito era stato ucciso da un certo Pigmalione. Per non subire la tirannide di costui, Didone, con i suoi seguaci, fuggì in Africa e fu così che, per opera di una donna, ebbe origine una potente città di cui ella fu la prima regina. In questa città nel 246 a.C. nacque Annibale, il personaggio con il quale
inizieremo un interessante colloquio immaginario per conoscere la sua meravigliosa avventura di valoroso ed audace condottiero.
"La ringraziamo per averci ricevuti nel suo maestoso palazzo ricco di tanti cimeli ed opere dei migliori artisti del suo tempo. Desideriamo conoscere il suo cognome e se era l'unico figlio in famiglia".
Annibale: "Mi chiamo Annibale Barca ed ero il primo di tre figli. Mio fratello, al quale il destino riservò una fine crudele, si chiamava Asdrubale, mentre l'altro era Magone. La nostra famiglia era fra le più ricche di Cartagine, con possedimenti nella regione del Sahel Tunisino. Mio padre, Amilcare, per le sue ottime qualità militari, era soprannominato Barca, equivalente a "Fulmine", "Folgore", nomignolo ereditato da tutti noi che diventammo Barcidi.
"Perché lasciò la sua città per intraprendere una guerra contro Roma, una città molto lontana e potente?".
Annibale: "Mio padre era un generale cartaginese che non aveva mai subìto l'onta di una sconfitta. Era l'unico condottiero cartaginese a non essersi mai piegato al volere di Roma, e l'unico a sapere che i romani si potevano fronteggiare e vincere, come egli aveva fatto più volte in Sicilia. Dopo una ennesima campagna contro i romani, mio padre, ritornato a Cartagine, mi condusse presso l'altare del Dio Baal, divinità fenicia, e disse: "Figliolo, adesso tu farai un solenne giuramento con
il quale renderai un impegno a cui dovrai tener fede".
"Quando prestò giuramento, quanti anni aveva e quale fu la formula che suo padre le fece leggere presso l'altare?''.
Annibale: "Ero un ragazzo di 9 anni e, con quel giuramento, diventai subito un guerriero. La formula del
giuramento era la seguente: "Odierò i romani come essi odiano me ed il mio popolo". Al termine, dopo un profondo inchino, toccai la pietra dell'altare e non dimenticai mai più il vincolo sacro di quel gesto".
"Con quel giuramento suo padre le trasmise un sentimento di vendetta che egli aveva sempre nutrito per i romani".
Annibale: "Mio padre era un uomo ostinato, irremovibile ed orgoglioso; un uomo dalle decisioni solide e rigorose. Con il mio giuramento egli preparava la sua rivincita contro Roma e viveva soltanto per la sua vendetta che io avrei dovuto realizzare".
"Prima di avventurarsi nella guerra contro Roma, lei convolò a nozze con una giovane andalusa".
Annibale: " Due anni prima di iniziare la mia campagna contro Roma, all'età di 26 anni, mi sposai. Era l'anno 220 a.C. quando presi per moglie una bella andalusa che si chiamava Himìlle. Da quella unione nacque un maschietto che, purtroppo morì in giovane età. Mia moglie era una nobile spagnola nata a Castùlo presso il fiume Guadàlquivir ed era legata a me da profondo affetto, tanto che voleva seguirmi nella spedizione contro Roma. Sapevo a quali sacrifici l'avrei esposta e la supplicai di restare a Cartagine. Mi diede ascolto e, con gli occhi colmi di lacrime, restò a fissare la mia nave fino a quando scomparve all'orizzonte, stringendo tra le braccia nostro figlio".
"Dopo quanti anni rivide sua moglie e suo figlio?". Annibale: "La mia lontananza da Cartagine durò 16 anni e, dal giorno del mia partenza, non rividi più né mia moglie né mio figlio".
"Durante i 16 anni di lontananza da casa, conobbe altre donne?". Annibale: "In Puglia conobbi una donna di nome Alma che si innamorò di me e rimase incinta. Ero contrario alla nascita di un figlio bastardo, né sopportavo legami amorosi e fu così che la cacciai dalla mia tenda".
"Quando iniziò la spedizione contro Roma, quale era la sua età e come fu organizzata una così lunga e difficile marcia?".
Annibale: "La spedizione contro Roma partì all'alba di un giorno di maggio dell'anno 218 a.C.. Allora avevo 28 anni ed ero orgoglioso di realizzare ciò che avevo giurato presso l'altare del Dio Baal.
Partimmo in 100.000 convinti che l'impresa sarebbe terminata con la
nostra vittoria". "Per allestire una simile spedizione, penso che furono necessari diversi giorni poiché dovevate avere tutto il necessario per affrontare qualsiasi ostacolo e vi sareste allontanati sempre più da Cartagine da dove era impossibile farvi giungere in tempo gli aiuti necessari".
Annibale: ''Ero a conoscenza che Roma poteva mettere in campo circa 800.000 uomini dei quali 270.000 erano cittadini romani e campani; 380.000 italici e 60.000 cavalieri. Il resto era fanteria. Sapevo di scontrarmi con una enorme potenza, lontano dalle mie basi di partenza. Ma potevo contare sugli aiuti degli spagnoli, dei francesi, dei liguri e di tante tribù che si dicevano amiche.
(Continua sul prossimo numero). Franco Valeriani
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Giovani poeti alla ribalta: Antonio D’Addio
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Antonio D’Addio (da tutti conosciuto come
Lollo) è un giovane poeta vitulatino che ultimamente ha dato alle stampe una raccolta di poesie dal titolo “Sì, sì, ma non è il caso”. La raccolta sarà in vendita nei prossimi giorni, ma sentiamo quello che ci dice Lollo: “Quando si parla di poesia inevitabilmente si parla di amore, di attimi catturati, fotografati in quel preciso istante per far sì che quell'attimo stesso non scivoli nell'oblio.
E' come se si volesse regalare l'immortalità a quell'evento unico e irripetibile.
La poesia come mezzo di comunicazione con la propria anima e con l'universo, ma anche molto più terreno: con la gente, la natura, gli animali, gli amori persi e ritrovati, le vite passate e quelle future.
La poesia come l'evento straordinario del senso della vita”. Infatti questi sono i temi portanti di un libro di prossima pubblicazione che vede Antonio D'Addio, sguazzare tra le righe degli attimi, alla ricerca del senso dell'essere. “A cercare - continua Lollo - di dare il senso a questo tempo che sembra correre molto più di noi, dimenticando, o meglio trascurando, che il nostro corpo è un immenso contenitore di sensazioni e di emozioni, e non fatto di mode o elettronica.
E' un quasi soffermarsi su quegli attimi di vita, che in alcuni momenti sembrano insignificanti, ma che contribuiscono alla realizzazione del nostro vissuto quotidiano, alla continuità delle nostre vite”.
Di prossima pubblicazione vedremo anche un secondo libro, questa volta di impressioni, dove l'autore s'imbatte nella ricerca del senso attraversando luoghi e persone dimenticate, ciò nella quotidianità delle cose apparentemente normali ma che normali non sono. Un invito alla riflessione.
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Umberto e Don Camillo: Orgoglio e pregiudizio
Peppe Martone ci riprova con un nuovo lavoro
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Comodamente seduto su di una poltrona del salotto di casa Martone, ho ascoltato con vivo interesse l'autore che leggeva e commentava il suo secondo lavoro teatrale: "Umberto e Don Camillo: orgoglio e pregiudizio".
Il successo ottenuto con la sua prima commedia "Sì, voi", ha spronato Peppe Martone a scriverne un'altra che, di sicuro, per il suo contenuto umano e realistico, otterrà di nuovo unanimi consensi da parte degli spettatori. Ormai l'amico Martone è intenzionato a portare sulla scena vicende di vita vissuta nella sua Vitulazio e, con questo secondo lavoro, oltre a far conoscere ai giovani d'oggi le tragicomiche vicende di un gruppo di suoi compaesani, egli riesce a far sì che anche quelli di una "certa età" ricordino il loro passato quando erano vittime di soprusi, di
prepotenza e di coercizione da parte di individui che si dicevano "signori".
Un passato ricco di pregiudizi stupidi, di imposizioni e di estenuanti ore di lavoro mal retribuite. Un passato in cui nascevano amori contrastati come quello di due giovani studenti: lei Assunta, figlia del signorotto Don Camillo, lui, Umberto, studente universitario, figlio di un artigiano. Una relazione mal digerita dal signorotto, perché è convinto che un simile matrimonio declasserà il suo "Nobile Casato".
Ma, come sempre accade, a nulla valgono i malevoli tentativi del ricco
genitore che sarà costretto ad accettare la relazione amorosa tra sua figlia ed il giovane di "basso rango".
"Anche questa commedia, ci dice Peppe Martone, intendo affidarla agli ottimi attori della filodrammatica "Vitulaccio '89", diretta da Saverio Scialdone, poiché oltre ad avere apprezzato il loro impegno precedente, sono convinto che ogni singolo attore riesca ad immedesimarsi nel ruolo affidatogli perché, come me, anche egli vive ogni giorno la realtà del nostro paese''. Restiamo quindi in spasmodica attesa, per assistere alle tragicomiche vicende che accadevano a Vitulazio tra il 1930 ed il 1940.
Franco Valeriani
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L'amministratore di sostegno
a favore di persone impossibilitate
a provvedere alla cura dei propri interessi
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E' stata pubblicata il 19 gennaio 2004 in Gazzetta Ufficiale la legge che introduce il tanto atteso istituto dell'amministratore di sostegno in vigore dal 19 marzo 2004.
Dopo un lungo iter legislativo, la Commissione Giustizia del Senato ha dato il via libera definitivo al ddl 375 - B recante "Introduzione nel libro 1, titolo XII, del Codice Civile del capo I, relativo all'istituzione dell'amministratore di sostegno e modifica degli articoli 388, 414, 417, 418, 424, 426, 427 e 429 del Codice Civile in materia di interdizione e di riabilitazione, nonché relative norme di attuazione, di coordinamento e finali"; il tutto già in precedenza approvato dal Senato e successivamente modificato dalla Camera.
Grazie a questo provvedimento viene limitato il ricorso all'interdizione per mezzo di un nuovo e più idoneo strumento di protezione e tutela delle persone con gravi disabilità.
La figura dell'Amministratore di sostegno permetterà di personalizzare, secondo le concrete esigenze di ogni soggetto, i parametri degli interventi di tutela. Infatti, l'amministratore di sostegno è una figura che viene istituita per quei casi in cui non c'è bisogno di giungere all'interdizione o all'inabilitazione. Il ricorso all'interdizione sarà quindi limitato alle situazioni strettamente necessarie.
Per poter meglio determinare il campo di applicazione della figura prevista dalla nuova legge, è utile premettere alcune nozioni giuridiche inerenti all'infermo di mente, al disabile mentale, al malato di mente e così via, che dottrina e prassi giuridica considerano sotto il comune profilo dell'insufficiente mentale più o meno capace di prendersi cura dei propri interessi.
Nell'attuale ordinamento tutte le persone fisiche acquistano la capacità giuridica, cioè l'idoneità ad essere soggetto di diritto sin dal momento della nascita e ciò comporta l'attitudine a diventare titolare di ogni situazione di diritto o di dovere giuridico.
Correlata alla capacità giuridica e la capacità d'agire, cioè «l'attitudine a compiere manifestazioni di volontà che siano idonee a modificare la propria situazione giuridica». Ma, se questa è la regola, il sistema ha anche previsto una serie di cause di incapacità per ragioni di protezione o di diffidenza nei confronti di alcuni soggetti. I casi a cui ci si riferisce sono certamente quelli legati alla salute del soggetto e più esattamente alle diminuzioni della capacità di
intendere e di volere.
Limitatamente alle malattie mentali, a seconda della gravità dell'incapacità mentale che tormenta il soggetto, il codice civile ha fino ad oggi previsto due diverse situazioni giuridiche permanenti, l'interdizione e l'inabilitazione, ossia la perdita totale o parziale della capacità di agire. Gli istituti dell'interdizione e dell'inabilitazione hanno origini molto antiche legate all'esigenza di evitare pregiudizi al patrimonio e agli interessi della famiglia più che alla protezione giuridica dell'interessato. In entrambi i casi il legislatore si è ispirato a ragioni di tutela nei confronti di una categoria di soggetti non in grado di affrontare lucidamente i rapporti giuridici con altri soggetti.
Le conseguenze dell'interdizione sono giuridicamente considerevoli. Infatti, a seguito della dichiarazione giudiziale d'interdizione, diviene in genere precluso alla persona il compimento degli atti negoziali.
Nel secondo caso, cioè quello dell'inabilitazione, la perdita della capacità è meno grave. A differenza dell'interdizione, infatti l'inabilitazione lascia una limitata capacità di agire; l'inabilitato può compiere atti di natura non patrimoniale come riconoscere un figlio naturale, contrarre matrimonio, fare testamento. Può, inoltre, amministrare autonomamente i propri beni e compiere gli atti di ordinaria amministrazione.
Già da tempo, la dottrina moderna ha cominciato a sottolineare l'inadeguatezza che, sotto certi aspetti, presentavano gli istituti secolari dell'interdizione e dell'inabilitazione ed è così che pian piano si è fatta strada una nuova lettura di tali istituti.
Prima d'oggi, dunque, non venivano offerte efficaci soluzioni per la situazione giuridica delle persone impossibilitate a curare i propri interessi non sottoposte ad interdizione o ad inabilitazione salvo l'applicazione delle disposizioni relative ai negozi giuridici compiuti da incapaci naturali (art. 498 c.c.), quando ne ricorrevano gli estremi.
Era forte, quindi, il desiderio di fornire alla persona un aiuto proporzionato ai suoi effettivi bisogni permettendole, cioè, di partecipare alla vita di relazione nella misura in cui essa è idonea a farlo.
Attraverso la riscrittura del Titolo XII del libro I del Codice Civile, si è strutturata una disciplina in grado di offrire tutti gli strumenti di assistenza e di difesa necessari a colui il quale, per momenti più o meno lunghi, si trovi ad
attraversare uno stato di crisi, di abbandono, di inettitudine. L'amministratore di sostegno rappresenta, quindi, una misura cui potrà ricorrere chiunque abbia bisogno "di essere protetto nel compimento degli atti della vita civile" suscettibile di applicarsi non solo al sofferente psichico, ma altresì alla persona anziana, al portatore di handicap fisico, al lungodegente di un ospedale, al carcerato, all'internato in manicomio giudiziario, al soggetto dedito al consumo di sostanze alcoliche, al tossicodipendente. Sarà poi il giudice tutelare (nell'emettere il decreto di amministrazione di sostegno) a fissare in che termini predisporre la protezione richiesta.
In tale ottica, la figura dell'amministratore di sostegno, mutuata da esperienze straniere, è stata concepita come una forma alternativa agli istituti della interdizione e dell'inabilitazione, con riguardo a tutti i soggetti che, indipendentemente dall'età, necessitano per l'amministrazione dei propri interessi dell'intervento tutorio di un terzo, intervento limitato agli atti previsti dal provvedimento giudiziario di nomina e, comunque, non implicanti la perdita o la diminuzione della capacità di agire dell'amministrato.
La tecnica di riforma legislativa adoperata è stata l'introduzione nel codice civile del nuovo istituto attraverso la formulazione di dieci articoli, dal 404 al 413 e conseguente cambiamento di alcune norme già esistenti.
La legge 6/2004 è il risultato di più di quindici anni di dibattiti.
L'idea di fondo è la stessa che ha guidato le leggi europee che hanno preceduto le tavole rotonde che sul tema si stanno finalmente avendo anche in Italia: l'amministratore di sostegno rappresenta uno strumento flessibile capace di far fronte alla molteplicità di situazioni di debolezza e fragilità al fine di dare risposta alle esigenze individuali di cura della persona e del patrimonio di ciascun disabile.
Questa nuova figura è finalizzata a dare impulso anziché a scoraggiare l'attivazione delle facoltà restanti rendendo possibile al disabile sia la crescente partecipazione alla gestione dei propri interessi patrimoniali, sia riconoscendogli la facoltà di
autodeterminarsi sul terreno esistenziale compiendo gli atti di natura personale e familiare che non siano incompatibili con il livello di capacità
concretamente residuato.
Tale istituto rappresenta, dunque, una novità di grandissimo rilievo sociale ed etico e l'anno 2003 appena finito dichiarato "Anno europeo delle persone con handicap", non poteva concludersi in modo migliore che approvando le disposizioni in essa contenute.
dott.ssa Paola Grimaldi - Dottoranda di ricerca presso l'Università
degli Studi di Napoli - Federico II e cultore della materia presso la II Università
degli Studi di Napoli - Facoltà di Economia di Capua
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