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Quattro domande al
presidente
Quale consuntivo
puoi trarre da questa edizione del “Follaro d’Oro”?
Vinciguerra:
“E’ stata una splendida edizione. L’argomento ha molto interessato i
cittadini che hanno partecipato numerosi”.
Capuanova
ha acquisito apporti culturali anche esterni?
V.: “Il premio è in
crescita per le collaborazioni di enti culturali territoriali,
arricchendosi della presenza attiva di Cira, Università, Ersac, Camera
di Commercio, E.R.S.B.A., ente di sviluppo artigianale, e con
partecipazioni qualificate come quella di Sergio Fermariello, uno dei
più noti esponenti dell’arte contemporanea”.
E sul piano della
risonanza, come è andata ?
V.: “Il “Follaro”
vuole essere sempre una presentazione del territorio capuano con il
resto della Campania e in primo luogo con il capoluogo Napoli. Ci
siamo riusciti”.
Perché il tema: “La
cultura del cibo?”
V.: “Dall’inizio non
tutti hanno condiviso la scelta di “Capuanova”, poi, nello sviluppo
del programma si è potuto dimostrare che oggi la cultura del cibo è
uno dei cardini fondamentali dell’economia della nostra regione e
dell’intero Mezzogiorno”.
A Livia ed Alfonso
Iaccarino il “Follaro d’Oro” 2004
Assegnato a Livia ed
Alfonso Iaccarino il Premio Capua Follaro d’Oro 2004.
Il 27 scorso, nel
Castello di Carlo V, è avvenuta la consegna del Premio “Follaro d’Oro
2004”. Capuanova, che organizza annualmente l’evento, ha affidato il
compito all’assessore regionale Gianfranco Alois per il conferimento a
Livia ed Alfonso del prestigioso premio. Il “Follaro d’Oro”
rappresenta per Capua una vibrante realtà facendo sì che l’immagine di
Capua travalichi i confini provinciali per espandersi all’intera
ragione ed oltre. Il presidente di Capuanova Andrea Vinciguerra ed i
soci hanno preparato l’evento con grande impegno e sono stati premiati
per la felice riuscita della manifestazione. Essa ha avuto il suo
preludio ai primi di novembre e si è conclusa il 27 u.s., mentre sono
in preparazione altre iniziative a corollario dell’evento. Il
programma si è snodato durante novembre con: il 6, con la
presentazione del libro di Maria Natale Orsini “Don Alfonso 1890” con
la presenza dell’autrice, in collaborazione con la Libreria Uthòpia.
Il programma,
articolato e multidisciplinare, ha previsto incursioni in vari settori
della cultura, comunque legati al “cibo”, ai prodotti ad esso
collegati, con particolare riferimento a quelli “tipici” della
Campania o meglio ancora della Provincia di Caserta. Il calendariosi è
articolato in vari incontri e convegni come quello che è stato
coordinato dal prof. Antonio Ianniello dell’Ist. Suor Orsola Benincasa,
dal titolo “Alimentazione fra bioetica e religioni”, con la
partecipazione del prof. Pasquale Giustiniani (Cristianista) della
Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli, del
prof. Agostino Cilardo (Islamista) dell’Ist. Orientale di Napoli, del
prof. Ottavio Di Grazia (Ebraista) dell’Università di Trieste e della
prof. Antonella La Torre (Bioeticista) dell’Ist. Suor Orsola Benincasa;
con l’installazione OROVERDE/DEOLIO con performance di vari artisti,
fra i quali Mario Ciaramella e Laura Cristinzio Stinura, che
aderiscono alla Associazione “Arte da mangiare” di Napoli a cui è
seguita la degustazione “NON SOLO PANE E OLIO” a cura dell’azienda
agricola biologica Badevisco di Sessa Aurunca; ancora si è svolto un
concerto dal tema: “Golosità in musica” da Donizetti ad Offenbach:
concerti in collaborazione con l’Autunno Musicale Casertano cui sono
seguite degustazioni a tema.
Mercoledì 24
novembre ha avuto luogo la presentazione, in collaborazione con la
Libreria Uthòpia, di alcuni volumi sulla cucina napoletana pubblicati
dall’editore Intra Moenia con la partecipazione di Luciano Scateni,
Santa Di Salvo, Leila Mancusi e Francesca Sorrentino curatori dei
libri. Con la collaborazione del Seminarium Campanum alcuni soci di
Capuanova hanno preparato due antiche ricette tipiche della cucina
napoletana
“ESEMPIO CIVICO” A
GAETANO RUSSO
Con la
partecipazione di autorità civili e militari, delle associazioni dei
Bersaglieri, dei Carabinieri e dei Combattenti e Reduci, il 2 novembre
si è svolta la consueta messa davanti al Cappellone, favorita da una
temperatura abbastanza primaverile.
La messa solenne è
stata concelebrata da Schettino unitamente a don Franco Ruotolo, don
Mimì Di Salvia ed altri. Facevano da sottofondo le note di musica
sacra di un’orchestra scritturata dal Comitato di Gaetano Russo, con
musici e cantori del S. Carlo diretti dal M° Luigi Iapichino e con il
soprano capuano Marina Cembalo, tenori e baritoni.
Per la costanza e
dedizione del Comitato Defunti del promotore Gaetano Russo, composto
da Augusto Ferrara, Pompeo Benvenuto e Concetta Paglino, che
arricchisce annualmente la solenne messa con musiche sacre eseguiti da
prestigiosi strumentisti e cantori, e altre iniziative benefiche come
il pranzo per indigenti alla Mensa di don Gianni Branco, la
segnalazione di “Esempio Civico” per il mese di novembre va a Gaetano
Russo e ai suoi collaboratori. F.F.
Celebrata la Festa
dell’Unità Nazionale
Per la ricorrenza
del 4 novembre l’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci “L.
Garofano”, coordinata dal suo Presidente prof. Fernando La Marra,
d’intesa con il Comune di Capua ed il Comando Raggruppamento Unità
Addestrative di Capua, ha inteso celebrare la ricorrenza inserendo nel
programma della celebrazione lo sfilamento in armi di una compagnia
d’onore di Volontari in ferma breve ed annuale della caserma e la
presenza di una delle due Bandiere di guerra dei Reggimenti
accasermati alla Salomone. La Bandiera di guerra del 47º RAV, decorata
dell’Ordine Militare d’Italia, di ben due medaglie d’oro al valor
militare e di una medaglia d’argento di benemerenza, unitamente al
Gonfalone della città di Capua, recentemente insignito della medaglia
d’oro al merito civile, ha presenziato alle attività della giornata
che hanno avuto il loro culmine con l’alzabandiera e la deposizione
delle corone di alloro al monumento ai Caduti.
Particolarmente
interessante il programma della cerimonia che quest’anno coincide con
il cinquantesimo anniversario dell’ingresso in Trieste dei soldati
italiani per prendere il posto del Governo militare alleato
riportando, di fatto, la città di Trieste ufficialmente all’Italia.
Alla manifestazione
c’è stata un’ampia partecipazione di autorità militari, civili e
religiose. Oltre al sindaco di Capua Alessandro Pasca di Magliano e al
Preside La Marra, il Brig. Gen. Sabato Errico, nella sua veste di
Comandante del Raggruppamento Unità Addestrative dell’Esercito, più
alta autorità militare dell’area, ha tenuto una breve allocuzione per
commemorare l’evento.
E’ stata una
cerimonia molto significativa in cui sono stati impegnati i soldati
della Caserma “O. Salomone” dove, come è noto, recentemente si è
costituito un nuovo comando molto importante da cui dipendono oltre
5000 uomini in servizio presso i reggimenti Addestramenti Volontari di
Capua (17° e 47° RAV), Cassino (80° RAV), Verona (85°RAV), ed Ascoli
(235° RAV). Una presenza militare di tutto rispetto preposta alla
formazione di base dei volontari dell’Esercito che intraprendono la
vita militare.
I Carabinieri festeggiano
la “Virgo Fidelis”
Nella cattedrale
gremita in ogni ordine di posti, con la presenza di un folto numero di
carabinieri, appartenenti alla giurisdizione della Compagnia di Capua,
con in testa il Comandante della stessa, Capitano Gianluca Ignagni e
con il Luogotenente Maresciallo Mario Di Cresce, il 20 u.s. si è
celebrata la ricorrenza della “Virgo Fidelis”, patrona dei
carabinieri, con una solenne messa officiata da Mons. Mimì Di Salvia e
con un messaggio rivolto ai carabinieri dall’Arcivescovo Mons. Bruno
Schettino, assente per altri impegni precedentemente assunti. Erano
inoltre presenti molti sindaci dei Comuni che fanno capo alla
Compagnia diretta dal Cap. Ignagni, diverse autorità militari come il
vicecomandante del Raggruppamento Unità Addestrative Col. Raffaele
D’Ambrosio e il Col. Pasquale Eliseo, numerosi rappresentanti delle
associazioni dei Carabinieri in congedo e dei Bersaglieri.
Nell’occasione si è celebrata anche la Giornata dell’Orfano, presenti
tantissime vedove e le famiglie dei carabinieri deceduti
nell’adempimento del loro dovere o per altre cause. La solennità si è
celebrata in uno con il tragico anniversario della battaglia di
Culquaeber nell’Africa Orientale, caduto il 21 novembre 1941,
allorquando rifulse l’eroismo del corpo dei Carabinieri impegnati in
una strenua difesa per difendere l’avamposto contro le soverchianti
forze alleate. Grazie al coraggio e al valore che seppero esprimere,
pur decimati nel numero, i Carabinieri riuscirono a dare scacco al
nemico per diversi mesi, guadagnandosi la concessione della seconda
Medaglia d’Oro.
SAN ROCCO E IL CANE
S. Rocco, uno dei
Santi più conosciuti e più amati dal popolo, viene raffigurato insieme
ad un cane che è diventato, ormai, l’indispensabile completamento
della sua immagine. Per l’assistenza che prestò ai malati di peste fu
scelto come protettore contro questa malattia considerata giustamente
uno dei flagelli che, insieme alle guerre e alle carestie,
tormentarono l’uomo del Medioevo. Quanto questi fosse impotente di
fronte alla malattia ce lo testimonia la preghiera che comunemente
veniva recitata: “Liberaci o Signore dalla fame, dalla peste e dalle
guerre”. Contro la peste non vi erano rimedi a parte l’intervento di
Dio e per questo gli uomini dovevano trovare un Santo che intercedesse
per loro presso il Signore. Si spiega perciò la rapida diffusione del
culto di S. Rocco che nella protezione della malattia sostituì i
precedenti Santi: S. Sebastiano, S. Adriano e i Santi Cosma e Damiano.
S. Rocco venne invocato anche come protettore contro il colera. Questo
avvenne però a partire dal diciassettesimo secolo con la progressiva
scomparsa della peste. Dal 1830 fu invocato a Montpellier contro il
colera e nel 1837 a Roma per la stessa malattia. Nelle campagne fu
invocato contro le malattie del bestiame che andavano sotto il nome di
peste bovina, equina e suina ma che con quel morbo non avevano nulla a
che fare. La sua protezione si estese poi anche alla vigne per
proteggerle dalla fillòssera cioè da quel parassita che fa ammalare le
viti e finì, infine, per diventare il protettore dei lavoratori della
terra. Il patrocinio contro la peste fu riconosciuto a S. Rocco già
nel 1414 durante il Concilio di Costanza, meno di un secolo dopo la
sua morte, allorché fu disposto che la sua effigie fosse portata in
processione per le vie della città come ringraziamento per la
cessazione di un’epidemia di peste avvenuta dopo preghiere a Lui
rivolte. Successivamente il culto del Santo si diffuse rapidamente in
Italia ed in Europa. Nel quattordicesimo secolo nacque a Roma, sotto
il nome di S. Rocco, una Confraternita che fu protetta da diversi Papi
come Pio IV°, Alessandro VI° e Leone X°, e potè perciò godere di
numerosi privilegi. La Confraternita di S. Rocco costruì a Roma un
ospizio presso il porto fluviale di Ripetta e svolse un ruolo
particolarmente attivo durante le epidemie di peste che colpirono la
città nel 1522, 1527 e 1530, accogliendo e curando gli ammalati per i
quali nel 1560 fu aperto un lazzaretto ai piedi di Monte Mario. Anche
a Capua ci fu un culto per S. Rocco. A questo proposito riferisco
quanto ho visto nella mia infanzia e quanto ho appreso da persone più
anziane di me. Sotto quella volta con cui termina la via Seggio dei
Cavalieri, su uno dei lati, erano raffigurati molti anni fa S. Rocco
e S. Andrea Avellino entrambi scelti dai Capuani come protettori
contro il colera e contro i terremoti. Erano stati dipinti chissà
quando e chissà da chi ma certamente per una devozione popolare. Ormai
non vi è più traccia di quelle immagini perché, nonostante il
tentativo che un privato fece qualche anno fa per recuperarli, è
caduto l’intonaco sul quale erano state affrescate ed è rimasta solo
la pietra viva. Un artigiano che aveva la bottega di ramaio sotto
quella volta, il Sig. Sabatino De Maio, ebbe cura di quelle immagini
e, per tutta la sua vita, quotidianamente le onorò illuminandole con
un cero. Sono certo che quella devozione gli fosse stata trasmessa da
suo padre a metà dell’ottocento ed egli, a sua volta, la trasmise al
figlio Vincenzo che continuò fino alla morte ad accendere ceri a S.
Rocco e a S. Andrea. So con certezza che ancora prima dei Signori De
Maio, all’inizio del novecento, la Signora Carolina Farina, in
occasione della Festa del Santo che, come tutti sanno cade il 16
Agosto, provvedeva con il contributo di altri fedeli ad organizzare
una piccola festa sul posto adornando con luminarie l’immagine del
Santo. S. Rocco nacque in Francia, a Montpellier, in una nobile
famiglia da Giovanni governatore della città e da Tiberia, in un anno
non preciso ma comunque tra il 1280 al 1295. Ebbe un’istruzione
regolare e, all’eta’ di anni venti dopo essere rimasto orfano di padre
e di madre, lasciò Montpellier per recarsi come pellegrino a Roma.
Erano i primi anni del trecento, di quel secolo cioè che fu funestato
da numerose pestilenze, la più famosa delle quali fu quella del 1301
di cui parla anche Boccaccio nel suo Decamerone. Era la peste nera
cioè la peste caratterizzata da gravi fenomeni emorragici a carico
della cute, delle mucose, dei visceri con scariche diarroiche miste a
sangue che, dopo un periodo di breve remissione, ricomparve nel 1311
nel Veneto e nella Lombardia. La morìa, la morte cioè di tante persone
che avveniva con continuità impressionante, tipica delle malattie
epidemiche, proseguì per un lungo periodo. Nella città di Brescia
nello spazio di un mese morirono settemila persone. Dal 1347 al 1350
morirono in Europa 43 milioni di persone. Durante il contagio il
futuro Santo si dedicò alla cura dei contagiati. Ad Acquapendente,
comune dell’alto Lazio in provincia di Viterbo, si presentò al
direttore del locale Ospedale offrendo i suoi servizi per gli
ammalati. Questi inizialmente cercò di dissuaderlo considerando che
trattavasi di un giovane ma cedette poi alle sue insistenze. Il Santo
guariva i malati facendo sul loro corpo il segno della Croce. Dopo
aver operato tante guarigioni passò in Romagna dove liberò dal male la
città di Cesena e si diresse infine a Roma dove la peste aveva ridotta
la città in condizioni miserevoli. Anche qui guariva i malati alla
stessa maniera cioè con il segno della Croce. Da Roma, ove rimase tre
anni nella casa di un cardinale che aveva guarito dalla peste, ritornò
in Romagna e dopo un breve soggiorno a Rimini arrivò a Piacenza città
prostrata dalla peste, dalla carestia e dal pessimo governo di
Galeazzo Visconti. Riuscì a debellare la malattia e una notte, mentre
era nell’Ospedale cittadino chiamato di Bethlem forse perché era
adiacente alla omonima Chiesa, si rese conto, da alcuni segni comparsi
sul suo corpo che la malattia aveva colpito anche lui e, per non
turbare la degenza degli altri malati, andò via dall’Ospedale di
nascosto durante la notte. Il giorno seguente fu visto mentre si
dirigeva fuori della città, intirizzito dal freddo e sofferente. Molti
pensarono che egli scappasse dalla città avendo intenzione di
abbandonare gli ammalati. Fu perciò cacciato in malo modo da Piacenza.
La sua malattia però avanzava e, tormentato dalle sofferenze, trovò
rifugio in luogo isolato, nella Selva di Sarmato. Quivi iniziò a
pregare intensamente e man mano che pregava, secondo la leggenda, si
compiva il miracolo della guarigione. Sempre dalla leggenda sappiamo
che sulla sua testa si addensò una nube da cui cadde una pioggia e
l’acqua che si raccolse ai suoi piedi diede origine ad una fonte.
Quell’acqua gli servì per purificarsi e per guarire. Piantò poi il
bastone di pellegrino per terra e da questo fiorirono foglie e frutti
che gli servirono per il sostentamento. La sua presenza in quel luogo
sarebbe rimasta sconosciuta se un cittadino di Piacenza tale Gottardo
Palastrelli non si fosse incuriosito notando che il suo cane, ogni
volta che sedeva a tavola per mangiare, gli rubava un pane e correva
via. Un giorno, per svelare il mistero, seguì il cane e vide la bestia
portare e depositare il pane ai piedi di un uomo che era poi il povero
Rocco. E’ inutile dire che il Palastrelli diventò un fedele di Rocco
e rimase a sostituirlo nell’assistenza ai malati finchè il Santo,
guarito miracolosamente dalla peste, ricominciò il suo giro per le
varie città e per gli Ospedali portando a tutti la guarigione o almeno
il conforto nella malattia. Tutti accorrevano da Rocco. Il Santo però,
preso forse dalla nostalgia per i suoi luoghi di origine, decise di
ritornare in Francia. In Patria trovò guerre e discordie ed entrato in
Montpellier fu fermato e poi imprigionato dai soldati di guardia alla
città che non solo non lo riconobbero ma si insospettirono vedendo
quel pellegrino dall’aspetto strano che scambiarono invece per una
spia. Lo stesso Governatore della città che era poi suo zio non lo
riconobbe. In prigione rimase per cinque anni. Dice la leggenda che la
sua cella era come una tomba ma si riempiva di luce ogni qual volta
egli pregava e la luce era così intensa da diffondersi oltre le porte
del carcere attirando una folla di curiosi. Le sofferenze della
prigionia piegarono la sua fibra già minata per il contagio della
peste e, quando Rocco capì che riavvicinava la sua fine, chiese di
poter essere assistito da un sacerdote. Si dice che fu meravigliosa la
sua confessione. Il sacerdote capì che dinnanzi a Lui c’era un Santo e
tentò di farlo liberare dalla prigione ma Rocco non volle e chiese di
rimanere solo per tre giorni perché sapeva che alla fine dei quei
giorni sarebbe morto. Passò questo periodo a pregare e a meditare.
Durante la meditazione rivide tutta la sua vita. Vide la stragi e le
morti per pestilenza alle quali aveva assistito ed ebbe grande pietà
per gli uomini per cui chiese al Signore di salvare tutti quelli che
per guarire chiedevano la sua intercessione. Ed ecco il miracolo: Dal
cielo cadde un foglio scritto a lettere d’oro su cui si leggeva:
“Peste laborantibus Roche patronus eris” cioè “Rocco, sarai il
protettore di coloro che soffriranno perché colpiti dalla peste”. Morì
il 16 agosto dell’anno 1327. Antonio Citarella |