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Nel Medioevo cioè nel periodo storico compreso tra la fine
dell'età antica (fissata ormai da tutti al 476 data della caduta
dell'Impero Romano di Occidente) ed il 1492 (data della scoperta
dell'America), la terapia medica assume un'importanza diversa
rispetto ai secoli precedenti. Grazie allo sviluppo della chimica e
della farmacia, compaiono, infatti, accanto ai rimedi tradizionali
nuovi presidi terapeutici. La scoperta dell'alcool e degli acidi
minerali rappresenta una tappa fondamentale per lo sviluppo della
scienza farmaceutica. All'alcool fu dato un nome significativo:
quello di acquavite cioè acqua della vita. La sua nascita fu
accompagnata da entusiastica accoglienza. Arnaldo di Villanova
(Medico spagnolo nato nel 1240 e morto nel mare di Genova nel 1311)
così si esprime al riguardo: "Essa è cosa molto eccellente e fa
maggiore operazione che si possa pensare, e le sue virtù sono note a
molti... conforta il cuore e consuma le superfluità che scorrono per
il corpo... perciò purifica il corpo e le membra, allunga la vita e
dalla sua operazione ha meritato di essere chiamata acqua della
vita..." In quest'epoca, inoltre, diventa prorompente il desiderio
di confezionare l'elisir della vita utilizzando una sostanza che,
prolungando la vita, garantisse quasi l'immortalità. Anche gli
alchimisti erano alla ricerca di una sostanza che trasformasse i
metalli vili in oro. L'elisir finalmente viene confezionato
utilizzando oro potabile. Grazie ad esso si dice che qualcuno abbia
raggiunto l'età di 1050 anni. Lo asserisce Artephius nel suo"
Tractatus de vita proroganda". Dopo le Crociate aumentano gli scambi
culturali con l'Oriente, specie ad opera di mercanti veneziani e
genovesi. Vengono perciò introdotte nella farmacopea nuovi prodotti
provenienti dall'Oriente accompagnati dalla fama di aver proprietà
arcane e misteriose. Malgrado il sorgere della farmaceutica i
preparati che venivano usati erano sempre in forma galenica. Questo
termine, che deriva dal nome di Galeno, significa che le sostanze
organiche utilizzate per confezionarli erano trattate mediante
semplici operazioni di macinazione, triturazione, e filtrazione. Si
ottenevano, pertanto, decotti, infusi, polveri. A questi preparati
la Medicina Araba aveva aggiunto gli sciroppi, le tinture gli
stillati. I cosiddetti "semplici" erano medicinali costituiti da una
sola sostanza. Venivano distinti in tante classi quante erano le
azioni che da essi si attendevano. Vi erano quelli che purgavano il
sangue come la cassia, la manna, la senna, il capelvenere, le prugne
e le viole. Il polipodio, l'agarico, l'epitimo, il titimalo ed il
ciclamo purgavano la flemma (secondo la teoria dei quattro umori di
Ippocrate, la flemma era l'umore freddo cioè quello proveniente dal
cervello). La centaurea, l'ermodattilo e l'euforbio purgavano,
invece, l'umore melanconico. Non mancavano, inoltre, medicinali
composti da un numero esorbitante di ingredienti. Di questi la
triaca o teriaca è certamente la più complicata. Questo antico e
complesso rimedio per le malattie nacque grazie alle conoscenze che
si avevano sul mitridatismo cioè sulla resistenza ai veleni. Alcune
persone, per un meccanismo individuale di ridotto assorbimento
intestinale, dimostravano resistenza a dei veleni se somministrati
per via orale. Il termine mitridatismo ebbe origine da Mitridate,
leggendario re del Ponto, che sarebbe diventato refrattario ai
veleni ingerendone dosi progressivamente crescenti. Per questo
motivo i rimedi che venivano trovati contro il veleno si chiamavano
"mitridati". Degli antichi rimedi forse quello più curioso fu la
teriaca. Andromaco il Vecchio (Medico originario di Creta curante di
Nerone e scopritore di un efficace antidoto contro i veleni animali)
aveva aggiunto alla formula originaria che corrispondeva a quello di
un antico "mitridato", la carne di vipera. Lo stesso Ippocrate usava
la teriaca. Galeno la usò largamente e scrisse anche dei libri
sull'argomento. Questi più che libri sono da considerare come delle
prescrizioni per pazienti dell'epoca. Ne sono dimostrazione i due
scritti "Della teriaca a Pisone" e 'Della teriaca a Panfiliano".
Dalla fine dell'Impero Romano e fino a tutto l'undicesimo secolo la
teriaca venne dimenticata. Risorse nel dodicesimo secolo e rimase in
voga fino alla metà del diciannovesimo secolo. La Repubblica di
Venezia aveva il monopolio nella fabbricazione della teriaca. La sua
preparazione avveniva con una cerimonia ufficiale e pubblica. Vi
partecipavano, oltre il popolo, medici, speziali e Consiglieri della
Repubblica. La vendita non poteva avvenire senza l'autorizzazione
del Priori. Anche a Genova la teriaca veniva confezionata
pubblicamente. Inizialmente gli ingredienti erano 54.
Successivamente diventarono 65. Ogni ingrediente aveva una
particolare funzione cioè quella di combattere una certa malattia.
L'effetto complessivo era, pertanto, quello di combattere tutte le
malattie. La teriaca assumeva così il significato di una panacea.
Degli ingredienti ne ricordo solo alcuni come la mirra, l'incenso,
le rose rosse, il pepe nero, il pepe lungo, l'oppio, la valeriana, i
semi di finocchio, il succo di liquirizia. La composizione variava,
comunque, a seconda della città in cui veniva confezionata per cui
mentre in quella di Roma veniva aggiunto il mirabolano (tipo di
prugno originario dell'Asia Minore ma coltivato in Europa) in quella
di Bologna veniva aggiunta la canfora. Ma l'efficacia della teriaca
veniva però assicurata dalla carne di vipera che rappresentava il
veleno contro cui questo complesso e curioso rimedio doveva
combattere. La vipera nella medicina antica aveva un forte simbolo
magico. La sua carne serviva per confezionare altri medicinali come
l'essenza di vipera, l'elettuario di vipera (l'elettuario è un
preparato farmaceutico semidenso formato da miscugli di farmaci
impastati con miele e con sciroppi), il sale di vipera, la polvere
magistrale di vipera. Pazzini, storico della Medicina, dice che
nella vipera si concentravano dei significati fondamentali: il
serpente comprendeva, infatti, "un vago ma persistente senso
dell'occultismo, di magia, di esoterismo; era il concetto di
velenosità che è antidoto a se stesso". Esisteva, poi, tutta una
particolare procedura per reperire e catturare le vipere e per
ridurle in uno stato di medicamento. Una volta confezionata la
teriaca si faceva mordere un'animale (per lo più veniva scelto un
gallo) da altro animale velenoso e si somministrava quindi il
farmaco per saggiarne l'efficacia. Qualche volta il gallo era
sostituito da un uomo condannato a morte. Altre terapie in voga nel
Medioevo si basavano sull'uso di gemme e pietre preziose. Queste
venivano usate soprattutto per combattere gli stati di indebolimento
fisico e di depressione nonché negli avvelenamenti. Con le pietre
preziose si facevano preparazioni farmaceutiche: la quintessenza, il
magisterio (cioè quella forma chimica che letteralmente significa
"sostanza di virtù maestra" cioè quei precipitati molto fini
ottenuti o per doppia decomposizione o per sostituzione dei sali
metallici sciolti in acqua o in alcool), le tinture, gli elettuari
gemmati, la confezione giacintina, il liquore di gemme, il giulebbe
gemmato cioè uno sciroppo fatto con acqua zuccherata ed aromatizzata
a cui erano state aggiunte durante la preparazione delle pietre
preziose. Tra i medicinali importati dall'Oriente bisogna ricordare
quelli confezionati con il corno di unicorno. Anche questo è un
rimedio curioso come la teriaca, privo di un qualsiasi fondamento
scientifico. Non dobbiamo però meravigliarci di queste stranezze
perché l'uomo è fragile di fronte al male. Per recuperare la salute
si rivolge alla natura. Per essere certo di ottenerla si rivolge al
magico, al mistero, al soprannaturale. Quando l'uomo è malato ha un
solo desiderio cioè quello di recuperare la salute. Con le droghe
naturali o con i farmaci di sintesi l'uomo rimane, comunque, uno
sprovveduto di fronte al male. Il medicamento resta, quindi, un suo
continuo, infinito ed a volte irraggiungibile
traguardo.
Antonio
Citarella
Testi consultati: 1) A. Pazzini: Storia della Medicina
2) A. Raitano: Archeologia dei medicamenti
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