Per
il quadriennio 1997-2001, caratterizzato dall'Amministrazione Mariano,
la nostra Redazione ha avuto sempre e solo una funzione di stimolo e
di controllo incalzando gli amministratori sui temi più scottanti
della nostra città. Siamo stati duri nel denunciare lo scandalo
della basaltina e dello scempio della riviera; contro l'indifferenza e
il silenzio colpevoli per non aver mosso un dito per salvare la
Spianata Olivarez, una piazza pubblica, venduta ad un privato dal
Ministero della Difesa; abbiamo invocato a squarciagola il ripristino
del serpentone; abbiamo sollecitato misure contro il traliccio Telecom
e per una seria verifica dei campi elettromagnetici a tutela della
salute dei cittadini...quaeto solo per dire di alcune cose più
evidenti.Per la nostra imparzialità e autonomia dalla Amministrazione
, da Mariano e compagni, non ci siamo attireti che antipatie e
disattenzioni nei confronti della testata e di ReteCapua.Per tutta
risposta l'Amministrazione comunale non ha nemmeno preso in
considerazione la richiesta di convenzionamento con l'emittente, a
costo zero, per il Comune.Rinunciando ai facili guadagni che ci
venivano offerti, non abbiamo accettato però di fare, per il Comune,
i giornalisti dell'ultima ora, a pochi mesi dalla fine della
consigliatura, per non farci mettere il bavaglio sulla bocca. Siamo
nati liberi e liberi resteremo. Abbiamo l'orgoglio di avere inventato
la "par condicio" 15 anni fa e di aver dato la parola a
tutti, liberamente. Useremo lo stesso metro con la nuova
Amministrazione, non facciamo sconti a nessuno. Non per noi, ma per
senso civico, per amore di Capua, per dare i giusti stimoli ai nuovi
arrivati, con serenità e sincerità. Dunque, date la parola anche a
noi.Per parlare liberamente, senza peli sulla lingua. Block
Notes
Pasca
sindaco, una tradizione di famiglia
Alessandro
Pasca di Magliano, anni 62, è il nuovo sindaco di Capua. E' laureato
in legge presso l'Università di Napoli e ha ricoperto numerosi
incarichi quali: presidente della Federazione Regionale e dell'Unione
Provinciale degli Agricoltori, consigliere della Camera di Commercio,
della Banca d'Italia, ecc.Industriale agricolo, ha promosso numerose
iniziative per le quali gli è stata riconosciuta l'onorificenza di
cavaliere del lavoro. Ha ottenuto 7366 voti pari al 67% contro i
3650 (33%) di Guido Raucci. Quando già si era delineata la sua netta
affermazione, alle ore 23,45 in diretta da ReteCapua, ha rivolto un
messaggio agli elettori affermando che "è una vittoria molto
forte, con il consenso della popolazione"; consenso che "sarà
di grande aiuto per me. Una gioia enorme. Da subito incominceremo a
lavorare". Secondo quanto più volte annunciato da Pasca
"il programma operativo verrà articolato in due grandi comparti,
quello degli interventi immediati, a breve termine, e quello degli
interventi più complessi nell'arco dei 5 anni". Il
risanamento delle finanze comunali, la valorizzazione del cospicuo
patrimonio immobiliare, la riorganizzazione degli uffici comunali, il
piano regolatore, l'adeguamento del corpo dei vigili urbani, la
sicurezza e l'ordine pubblico con il controllo del territorio, sono
alcuni dei punti prioritari del suo programma. Guido
Raucci, pur battendosi tenacemente, ha ottenuto sostanzialmente solo i
voti della sua coalizione, mentre quelli moderati, messi in libertà
dalla coalizione centrista, sono andati all'indirizzo del neo sindaco
Pasca. Il nuovo consiglio comunale è così composto:
Sindaco Alessandro Pasca (CdL);
Maggioranza: per F.I. Roberto Barresi, Pietro Caruso, Antonio Carusone,
Fernando Brogna, Giuseppe Del Mese; per il C.C.D.Giuseppe Chillemi e
Antonio Della Mura; per il C.D.U.Antonio De Simone; per A.N.Gertrude
Giusti; per Forza Capua Pasquale Galluccio; per Capua Fidelis Antonio
Di Benedetto; per D.E. Gaetano Ferraro. Minoranza: per i D.S.Guido
Raucci, Camillo Ferrara, Enzo De Gennaro, Giulio Gambero; per i Verdi
Giovanni Di Cicco; per i Democratici Marisa Giacobone; per Arcobaleno
Luigi Di Monaco; per il P.P.I. Roberto Capo.
Le donne sono solo due e rappresentano il 10% dell'assise. Otto
consiglieri entrano per la prima volta in consiglio comunale; dodici
vi ritornano dalla precedente o da altre consigliature. Franco Fierro
ILRESTAURO
DELLA STATUA DI S.CRISTOFORO
La
grande statua proviene dalla splendida chiesa della SS. Annunziata
di Capua, giunta al Museo Campano solo nel 1884 per delibera della
Commissione Conservatrice dei Monumenti ed oggetti di antichità e
belle arti. Come riferisce la crnaca di Agostino Pascale,
databile al 1682, il San Cristoforo fu commissionato all'indomani
del Sacco di Capua da uno
dei giovani scampato all'eccidio di nome Cristoforo. L'opera,
al contrario di quanto sostenuto nel verbale della Commissione, ha
notevole pregio inserendosi nell'ambito di quella produzione
campana, diffusa largamente sul territorio casertano e attribuibile
ad artisti vicini allo scultore che realizza la "Figura
di Vescovo e Cardinale" del Museo Diocesano di Capua
identificato in Pietro Belverte, scultore bergamasco di nascita ma
attivo soprattutto a Napoli tra la fine del XV secolo e i primi
decenni del successivo. Tipiche del Belverte e confrontabili con le
sculture superstiti della chiesa napoletana di San Domenico
Maggiore, datate al 1507, sono la fisionomia rude del volto, la
severità dello sguardo, l'intenso realismo dell'atteggiamento, la
solida volumetria del corpo "caratteri" che lo distinguono
nettamente dalla raffinatezza degli Alamanni di derivazione
borgognona. Ma certamente straordinaria è anche la scelta
iconografica del Santo Cristoforo, protettore dei viandanti.
Ritenuto santo e martire cristiano, Cristoforo, la cui immagine è
molto diffusa nelle chiese medioevali (vedi il duomo di Caserta),
rappresentava la salvezza dell'anima per il viaggiatore. La sua
immagine era raffigurata in proporzioni gigantesche all'interno
delle chiese: Cristoforo, Portatore
di Cristo, trasporta sulle spalle il Bambino Gesù facendogli
attraversare un fiume. Nella versione popolare riportata dalla
Legenda Aurea Cristoforo
era un cananeo di statura gigantesca che, volendo servire l'uomo più
potente della regione, si mise a servizio di Cristo e guidato da un
eremita traghettava i poveri e i deboli al di là di un fiume. Un
giorno gli capitò di trasportare un bambino che si rivelò essere
Cristo dando un segno della Sua potenza ossia facendo fiorire il suo
bastone da viandante. La fortuna di San Cristoforo durò fino
al Concilio di Trento quando si tentò di abolirne il culto senza
successo. Solo nel 1969 non è più annoverato tra i santi del
calendario cattolico. Ridotto a semplice leggenda, la fortuna
del Santo sembra stranarnente coincidere con l'abbandono totale
della statua del Museo Campano che, al momento del restauro,
sembrava aver perso ogni consistenza materica: attaccata dai tarli,
coperta da uno spesso strato di polvere che aveva completamente
coperto la cromia lasciando pensare che ormai non esistesse più
traccia dell'originale. La materia, fragilissima, è stata
consolidata con molta cautela evitando ogni possibile perdita di
preparazione e colore. Ma il grande miracolo è avvenuto quando,
pulendo la statua dagli strati di sudiciume, è emersa la cromia
originale degli incarnati e delle dorature delle vesti. La statua
del San Cristoforo è in legno di pioppo come la figura del Vescovo. La sezione principale è cava all'interno come in entrambc
le statue. Le vesti della figura sono realizzate con foglie d'oro su
bolo rosso. L'opera si presentava fortemente deteriorata: il legno
era reso friabile per l'evidente azione d'insetti xilofagi e
spaccato in vari punti dallo sfogliamento della cerchia vegetativa,
causando la mancanza di diversi pezzi della scultura. Il restauro,
estremamente filologico, ha lasciato a vista le macro-lacune. Per
quanto riguarda la doratura, le piccole lacune sono state integrate
con colori ad acquerello con la tecnica del rigatino. Un anno
intero di continuo lavoro e infinita pazienza e perizia è occorso
per ridare il bios,
citando Baldini, ad un'opera d'arte destinata al Thanatos.
Da conservatrice, funzionario di Soprintendenza, devo ringraziare il
Lions Club di Capua Casa Hirta per aver dimostrato con il loro
impegno che su questo territorio così difficile è possibile
realizzare delle operazioni culturali di estrema valenza preferendo
destinare le proprie risorse alla salvezza di un brano unico e
irripetibile della storia di questa città dalle straordinarie
qualità architettoniche ed artistiche piuttosto che ad operazioni
d'immagine pseudoculturali In ultimo un elogio ai restauratori,
giovani provenienti dal territorio casertano, che con entusiasmo
eccezionale hanno compiuto il miracolo di ridare vita al San
Cristoforo.
La
lebbra: Un altro flagello dell'Umanità
La
lebbra o lepra è una delle malattie più conosciute fin dai tempi
antichi. Il termine deriva dal verbo greco "lepo" che
significa squamare facendo chiaro riferimento alla desquamazione che
subisce la pelle del lebbroso. La malattia è determinata da un
bacillo scoperto da Hansen nel 1871. Una volta che è avvenuto il
contagio, grazie al contatto che vi è stato con un lebbroso, vi è
un lungo periodo di incubazione prima che la malattia si manifesti.
L'esordio lo si ha con la comparsa di sintomi comuni anche ad altre
malattie come una sensazione di debolezza, il mal di testa, la
febbre e dolori lancinanti alla colonna vertebrale. La vera malattia
si manifesta, invece, con alterazioni della pelle come eritemi,
macchie pigmentarie e bolle. A queste primitive lesioni seguono, in
genere, le manifestazioni che caratterizzano le due forme cliniche
principali come la lebbra tuberosa e la lebbra nervosa. La malattia
è progressiva e si arriva alla distruzione di parti di pelle, di
tessuto sottocutaneo, di ossa, di tessuto nervoso. Elementi
caratteristici sono gli infiltrati nodulari che si localizzano alla
faccia e alle labbra alterando il profilo dei pazienti che assumono
così una faccia leonina. Ciò li rende simili l'uno all'altro. Per
quanto riguarda la storia della malattia dobbiamo fare riferimento a
fonti cinesi, indiane, egiziane ed ebraiche. Non è possibile
stabilire se gli Ebrei abbiano importato la malattia in Egitto
durante gli anni dell'esilio o l'abbiano contratta colà. Di certo
non era conosciuta in Grecia ai tempi di Ippocrate. Questi sotto il
nome di lepra descrive diverse malattie della pelle come l'eczema e
la psoriasi. Riferimenti precisi li troviamo invece in Aristotele,
in Galeno, Plinio ed Areteo. Negli anni successivi ne furono fatte
descrizioni poco chiare da parte dei medici, soprattutto quelli
arabi, finché non si arrivò alla grande epidemia medioevale.
Nel 643 in Lombardia la malattia era talmente diffusa che il
longobardo re Rotari, nell'intento di bloccarne la diffusione, emanò
leggi severe per isolare i lebbrosi. Ad essi venivano negati tutti i
diritti civili. Su richiesta del coniuge sano si poteva giungere
persino allo scioglimento del matrimonio. Il re dei Franchi Pipino
il Breve, nell'anno 757, e Carlo Magno, nel 789, emanarono leggi
speciali per disciplinare i matrimoni fra lebbrosi. Si ebbe,
pertanto, la fioritura di lebbrosari specie ad opera di Santi come
quello di S. Nicola in Francia e di S. Ottomano in Alemagna cioè
l'odierna Germania. Si calcola che intorno al 1200 esistevano in
tutto il mondo cristiano 19.000 lebbrosari di cui 2000 soltanto in
Francia. Oggi si può ritenere che la Cina, l'India e l'Egitto, nei
tempi più antichi, abbiano rappresentato le sorgenti da cui poi, in
epoca successiva, la malattia si estese in tutto il mondo favorita
dalle emigrazioni, dagli scambi commerciali, dalle guerre e dal
commercio degli schiavi. Nel tredicesimo secolo la malattia ebbe il
massimo della diffusione in Europa favorita dalle Crociate che
rinnovarono i contatti con l'Oriente dove continuava ad essere
endemica. Il contagio fu favorito, comunque, dallo stato di miseria
e di desolazione in cui versava l'Europa alla fine dell'Impero
Romano. Nei secoli successivi, contemporaneamente alla diffusione
della sifilide, i casi di lebbra diventarono più rari. Nel
diciottesimo secolo si ebbe una nuova esplosione della malattia,
specie nelle regioni tropicali e si ebbe il risveglio di limitati
focolai in Francia, in Germania, in Iugoslavia, in Italia e in
Spagna. I missionari contribuirono allo studio ed alla terapia della
malattia soprattutto nel diciannovesimo secolo allorché furono
gettate le basi per lo studio dell'anatomia patologica, della
batteriologia, della terapia e della profilassi della malattia. Il
lebbroso fin dai tempi antichi era considerato il "poverello di
Dio" colui cioè prediletto dal Signore al quale era stato
riservato un posto in Paradiso se avesse sopportato con pazienza le
prove a cui Dio lo aveva sottoposto. Lo stesso Gesù era stato
paragonato nelle profezie ad un lebbroso percosso ed umiliato. Nel
Vangelo di Matteo ed in quello di Luca viene riportata la guarigione
di un lebbroso. La lebbra, come già detto, era una malattia
infettiva, trasmissibile, ad andamento cronico, inguaribile, con
esito generalmente mortale. Il lebbroso del Vangelo guarì infatti
con un miracolo. I lebbrosi erano malati che nessuno voleva avere
vicino perché la malattia aveva deformato il loro aspetto
rendendoli ripugnanti. S. Francesco li assistette amorevolmente
all'Ospedale di Gubbio, sia pure per breve tempo, e convertì un
lebbroso bestemmiatore. S. Francesco però era il Santo umile che
tutti conosciamo, un asceta dalle dure mortificazioni ma anche il
Santo che guardava intorno a sé con occhio ottimista e
riconoscente, scorgendo in tutto ciò che lo circondava il segno del
Creatore. Non tutti si comportavano però come S. Francesco. I
lebbrosi facevano paura e si tendeva perciò ad isolarli dal
consorzio civile. Le leggi condannavano i malati ad una vera morte
civile togliendo loro ogni diritto e sciogliendo qualsiasi legame
che teneva unito il lebbroso alla famiglia, moglie o figli che
fossero. Anche i Pontefici si occuparono dei lebbrosi. Papa Siricio
alla fine del IV secolo autorizzò la separazione dei coniugi per
evitare la nascita di figli contaminati. Il III Concilio Lateranense
continuò, invece, a riconoscere anche ai lebbrosi l'indissolubilità
del matrimonio. Chi era sospettato di essere un lebbroso veniva
sottoposto al giudizio di un Vescovo che era rappresentante e
dell'autorità civile e di quella religiosa. In epoca successiva
venne sottoposto al giudizio di un tribunale composto da sette
lebbrosi ai quali fu aggiunto in seguito anche un medico ed un
chirurgo. In anni seguenti il tribunale fu composto solo da medici.
Il sospetto lebbroso veniva sottoposto a delle prove la più
importante delle quali era quella dell'anestesia. La malattia
determinava, infatti, la scomparsa di dolore e di ogni sensazione
tattile nelle zone che venivano colpite. Per svelare ciò si
avvicinava il fuoco o si toccava con aghi una parte della superficie
corporea facendo in modo che il lebbroso non se ne accorgesse. Altro
segno di malattia era l'atrofia dell'eminenza tenar vale a dire di
quella protuberanza della mano in prossimità del primo dito o la
lesione delle narici. Per svelare dette lesioni si esaminavano le
narici allargandole con una bacchettina spaccata al centro. Il
lebbroso che entrava in un lebbrosario era da considerarsi un morto
per la società. In alcuni casi si figurava il suo seppellimento e
altre volte si aspergeva il suo capo con terra cimiteriale. Si
trattava di lugubri cerimoniali, frequenti soprattutto nell'Europa
del Nord. Per difendersi dalla lebbra non c'era altro da fare che
isolare i malati. Questi, inizialmente allontanati dalla società in
maniera anche crudele, vagavano senza una fissa dimora come randagi
finché non si aggregarono istintivamente in piccole comunità che
sorsero in vicinanza di sorgenti di acqua soprattutto sulfurea. I
malati di lebbra pensavano che quest'acqua potesse dare sollievo
alle loro sofferenze. Inizialmente alloggiavano in capanne. Quando
il numero di capanne cominciò ad aumentare in maniera da formare
una sorta di villaggio, si provvide ad erigere un recinto. Tommaso
da Celano discepolo di S. Francesco descrive nella sua "Vita
Prima" nel 1229 uno di questi villaggi. Con il passare degli
anni i lebbrosari si organizzarono sostituendo alle capanne edifici
in muratura con una cucina ed un refettorio comune. Vi era anche un
edificio che funzionava da dormitorio comune. Solo i più abbienti
potevano essere esentati dalla vita comune e vivere isolati pur
facendo parte della comunità. Nei lebbrosari esisteva un
regolamento. Chi non lo osservava rischiava pene che potevano essere
lievi come la condanna alla berlina o alla limitazione del vitto ma
potevano arrivare anche all'esecuzione capitale. I lebbrosi in
genere rispettavano queste regole. Ci tenevano a non essere cacciati
fuori dalla comunità. Viceversa avrebbero avuto un'esistenza grama
costretti a girovagare senza fissa dimora. Essi potevano anche
uscire dal lebbrosario ma non potevano allontanarsi oltre un certo
limite. Potevano andare in città ma dovevano portare con sé la
"cliquette" cioè una campanella per segnalare la loro
presenza. Quivi potevano rimanere solo poche ore ma non dovevano
frequentare luoghi ove si riunivano persone sane. Se andavano in
chiesa potevano sedersi su panche riservate e se queste non
esistevano dovevano rimanere vicino alla porta e non entrare nei
momenti in cui si celebravano funzioni. Le confessioni avvenivano su
panche speciali ed i bambini venivano battezzati in sagrestia. I
lebbrosi vivevano di carità che veniva loro elargita da persone
caritatevoli. L'ordine di S. Lazzaro era una congregazione di
persone caritatevoli che si offrì, all'epoca delle prime Crociate,
di assistere questi malati a Gerusalemme ed in altre città
dell'Oriente. Fondarono molti lebbrosari. Sbandatisi dopo
l'incursione dei Saraceni ripararono dapprima in Francia e quindi,
nel quindicesimo secolo, a Capua. Nel diciassettesimo secolo la vita
dei lebbrosari si estinse perché la malattia cominciò a declinare.
A proposito di Capua e dell'Ordine di S. Lazzaro non si può non
ricordare il Santuario di S. Lazzaro che è stato riedificato da
Ferdinando IV di Borbone nel 1800 dopo che il generale Championnet
lo aveva distrutto nel 1799 all'epoca della Repubblica Partenopea.
La vecchia Chiesa era annessa ad un Ospedale. Questo fu forse il
primo lebbrosario del mondo. Nacque nel 1200 grazie alla generosità
di Lazzaro di Raimo, un gentiluomo che portava il nome di S.
Lazzaro. Questo Santo non era il fratello di Marta e Maria
risuscitato da Cristo ma il Lazzaro lebbroso della parabola. Lo
scopo di questo Ospedale era quello di curare chiunque tornava dalla
Palestina soprattutto se colà aveva contratto la malattia. Con lo
scomparire della lebbra l'ospedale decadde e Ferdinando II lo demolì
e ne fece una piazza d'armi. Queste notizie furono riportate dal
compianto Monsignor Umberto D'Aquino in un libretto pubblicato nel
1968 in occasione della Fiera di S. Lazzaro che si svolse in
quell'anno. Nel concludere queste notizie trovate in vari testi e
cercando di renderle in maniera facile perché siano comprensibili
anche per chi non è un medico ribadisco, dopo averlo più volte
sottolineato, che raccontare la storia della malattie, soprattutto
di quelle che hanno sconvolto la vita di tanti popoli, significa
raccontare la storia dell'Umanità.