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Block Notes -Maggio 2001- 

Supplemento mensile del telegiornale quotidiano di ReteCapua

In questo numero:

SENZA PELI SULLA LINGUA...

Per il quadriennio 1997-2001, caratterizzato dall'Amministrazione Mariano, la nostra Redazione ha avuto sempre e solo una funzione di stimolo e di controllo incalzando gli amministratori sui temi più scottanti della nostra città.  Siamo stati duri nel denunciare lo scandalo della basaltina e dello scempio della riviera; contro l'indifferenza e il silenzio colpevoli per non aver mosso un dito per salvare la Spianata Olivarez, una piazza pubblica, venduta ad un privato dal Ministero della Difesa; abbiamo invocato a squarciagola il ripristino del serpentone; abbiamo sollecitato misure contro il traliccio Telecom e per una seria verifica dei campi elettromagnetici a tutela della salute dei cittadini...quaeto solo per dire di alcune cose più evidenti.Per la nostra imparzialità e autonomia dalla Amministrazione , da Mariano e compagni, non ci siamo attireti che antipatie e disattenzioni nei confronti della testata e di ReteCapua.Per tutta risposta l'Amministrazione comunale non ha nemmeno preso in considerazione la richiesta di convenzionamento con l'emittente, a costo zero, per il Comune.Rinunciando ai facili guadagni che ci venivano offerti, non abbiamo accettato però di fare, per il Comune, i giornalisti dell'ultima ora, a pochi mesi dalla fine della consigliatura, per non farci mettere il bavaglio sulla bocca. Siamo nati liberi e liberi resteremo. Abbiamo l'orgoglio di avere inventato la "par condicio" 15 anni fa e di aver dato la parola a tutti, liberamente. Useremo lo stesso metro con la nuova Amministrazione, non facciamo sconti a nessuno. Non per noi, ma per senso civico, per amore di Capua, per dare i giusti stimoli ai nuovi arrivati, con serenità e sincerità. Dunque, date la parola anche a noi.Per parlare liberamente, senza peli sulla lingua. Block Notes

Pasca sindaco, una tradizione di famiglia

Alessandro Pasca di Magliano, anni 62, è il nuovo sindaco di Capua. E' laureato in legge presso l'Università di Napoli e ha ricoperto numerosi incarichi quali: presidente della Federazione Regionale e dell'Unione Provinciale degli Agricoltori, consigliere della Camera di Commercio, della Banca d'Italia, ecc.Industriale agricolo, ha promosso numerose iniziative per le quali gli è stata riconosciuta l'onorificenza di cavaliere del lavoro.  Ha ottenuto 7366 voti pari al 67% contro i 3650 (33%) di Guido Raucci. Quando già si era delineata la sua netta affermazione, alle ore 23,45 in diretta da ReteCapua, ha rivolto un messaggio agli elettori affermando che "è una vittoria molto forte, con il consenso della popolazione"; consenso che "sarà di grande aiuto per me. Una gioia enorme. Da subito incominceremo a lavorare".  Secondo quanto più volte annunciato da Pasca "il programma operativo verrà articolato in due grandi comparti, quello degli interventi immediati, a breve termine, e quello degli interventi più complessi nell'arco dei 5 anni".  Il risanamento delle finanze comunali, la valorizzazione del cospicuo patrimonio immobiliare, la riorganizzazione degli uffici comunali, il piano regolatore, l'adeguamento del corpo dei vigili urbani, la sicurezza e l'ordine pubblico con il controllo del territorio, sono alcuni dei punti prioritari del suo programma.  Guido Raucci, pur battendosi tenacemente, ha ottenuto sostanzialmente solo i voti della sua coalizione, mentre quelli moderati, messi in libertà dalla coalizione centrista, sono andati all'indirizzo del neo sindaco Pasca.  Il nuovo consiglio comunale è così composto:  Sindaco Alessandro Pasca (CdL); Maggioranza: per F.I. Roberto Barresi, Pietro Caruso, Antonio Carusone, Fernando Brogna, Giuseppe Del Mese; per il C.C.D.Giuseppe Chillemi e Antonio Della Mura; per il C.D.U.Antonio De Simone; per A.N.Gertrude Giusti; per Forza Capua Pasquale Galluccio; per Capua Fidelis Antonio Di Benedetto; per D.E. Gaetano Ferraro. Minoranza: per i D.S.Guido Raucci, Camillo Ferrara, Enzo De Gennaro, Giulio Gambero; per i Verdi Giovanni Di Cicco; per i Democratici Marisa Giacobone; per Arcobaleno Luigi Di Monaco; per il P.P.I. Roberto Capo. Le donne sono solo due e rappresentano il 10% dell'assise.  Otto consiglieri entrano per la prima volta in consiglio comunale; dodici vi ritornano dalla precedente o da altre consigliature.  Franco Fierro

ILRESTAURO DELLA STATUA DI S.CRISTOFORO

La grande statua proviene dalla splendida chiesa della SS. Annunziata di Capua, giunta al Museo Campano solo nel 1884 per delibera della Commissione Conservatrice dei Monumenti ed oggetti di antichità e belle arti.  Come riferisce la crnaca di Agostino Pascale, databile al 1682, il San Cristoforo fu commissionato all'indomani del Sacco di Capua da uno dei giovani scampato all'eccidio di nome Cristoforo.  L'opera, al contrario di quanto sostenuto nel verbale della Commissione, ha notevole pregio inserendosi nell'ambito di quella produzione campana, diffusa largamente sul territorio casertano e attribuibile ad artisti vicini allo scultore che realizza la "Figura di Vescovo e Cardinale" del Museo Diocesano di Capua identificato in Pietro Belverte, scultore bergamasco di nascita ma attivo soprattutto a Napoli tra la fine del XV secolo e i primi decenni del successivo. Tipiche del Belverte e confrontabili con le sculture superstiti della chiesa napoletana di San Domenico Maggiore, datate al 1507, sono la fisionomia rude del volto, la severità dello sguardo, l'intenso realismo dell'atteggiamento, la solida volumetria del corpo "caratteri" che lo distinguono nettamente dalla raffinatezza degli Alamanni di derivazione borgognona.  Ma certamente straordinaria è anche la scelta iconografica del Santo Cristoforo, protettore dei viandanti. Ritenuto santo e martire cristiano, Cristoforo, la cui immagine è molto diffusa nelle chiese medioevali (vedi il duomo di Caserta), rappresentava la salvezza dell'anima per il viaggiatore. La sua immagine era raffigurata in proporzioni gigantesche all'interno delle chiese: Cristoforo, Portatore di Cristo, trasporta sulle spalle il Bambino Gesù facendogli attraversare un fiume.  Nella versione popolare riportata dalla Legenda Aurea Cristoforo era un cananeo di statura gigantesca che, volendo servire l'uomo più potente della regione, si mise a servizio di Cristo e guidato da un eremita traghettava i poveri e i deboli al di là di un fiume. Un giorno gli capitò di trasportare un bambino che si rivelò essere Cristo dando un segno della Sua potenza ossia facendo fiorire il suo bastone da viandante.  La fortuna di San Cristoforo durò fino al Concilio di Trento quando si tentò di abolirne il culto senza successo. Solo nel 1969 non è più annoverato tra i santi del calendario cattolico.  Ridotto a semplice leggenda, la fortuna del Santo sembra stranarnente coincidere con l'abbandono totale della statua del Museo Campano che, al momento del restauro, sembrava aver perso ogni consistenza materica: attaccata dai tarli, coperta da uno spesso strato di polvere che aveva completamente coperto la cromia lasciando pensare che ormai non esistesse più traccia dell'originale.  La materia, fragilissima, è stata consolidata con molta cautela evitando ogni possibile perdita di preparazione e colore. Ma il grande miracolo è avvenuto quando, pulendo la statua dagli strati di sudiciume, è emersa la cromia originale degli incarnati e delle dorature delle vesti. La statua del San Cristoforo è in legno di pioppo come la figura del Vescovo. La sezione principale è cava all'interno come in entrambc le statue. Le vesti della figura sono realizzate con foglie d'oro su bolo rosso. L'opera si presentava fortemente deteriorata: il legno era reso friabile per l'evidente azione d'insetti xilofagi e spaccato in vari punti dallo sfogliamento della cerchia vegetativa, causando la mancanza di diversi pezzi della scultura. Il restauro, estremamente filologico, ha lasciato a vista le macro-lacune. Per quanto riguarda la doratura, le piccole lacune sono state integrate con colori ad acquerello con la tecnica del rigatino.  Un anno intero di continuo lavoro e infinita pazienza e perizia è occorso per ridare il bios, citando Baldini, ad un'opera d'arte destinata al Thanatos.  Da conservatrice, funzionario di Soprintendenza, devo ringraziare il Lions Club di Capua Casa Hirta per aver dimostrato con il loro impegno che su questo territorio così difficile è possibile realizzare delle operazioni culturali di estrema valenza preferendo destinare le proprie risorse alla salvezza di un brano unico e irripetibile della storia di questa città dalle straordinarie qualità architettoniche ed artistiche piuttosto che ad operazioni d'immagine pseudoculturali In ultimo un elogio ai restauratori, giovani provenienti dal territorio casertano, che con entusiasmo eccezionale hanno compiuto il miracolo di ridare vita al San Cristoforo.

La lebbra: Un altro flagello dell'Umanità

La lebbra o lepra è una delle malattie più conosciute fin dai tempi antichi. Il termine deriva dal verbo greco "lepo" che significa squamare facendo chiaro riferimento alla desquamazione che subisce la pelle del lebbroso. La malattia è determinata da un bacillo scoperto da Hansen nel 1871. Una volta che è avvenuto il contagio, grazie al contatto che vi è stato con un lebbroso, vi è un lungo periodo di incubazione prima che la malattia si manifesti. L'esordio lo si ha con la comparsa di sintomi comuni anche ad altre malattie come una sensazione di debolezza, il mal di testa, la febbre e dolori lancinanti alla colonna vertebrale. La vera malattia si manifesta, invece, con alterazioni della pelle come eritemi, macchie pigmentarie e bolle. A queste primitive lesioni seguono, in genere, le manifestazioni che caratterizzano le due forme cliniche principali come la lebbra tuberosa e la lebbra nervosa. La malattia è progressiva e si arriva alla distruzione di parti di pelle, di tessuto sottocutaneo, di ossa, di tessuto nervoso. Elementi caratteristici sono gli infiltrati nodulari che si localizzano alla faccia e alle labbra alterando il profilo dei pazienti che assumono così una faccia leonina. Ciò li rende simili l'uno all'altro. Per quanto riguarda la storia della malattia dobbiamo fare riferimento a fonti cinesi, indiane, egiziane ed ebraiche. Non è possibile stabilire se gli Ebrei abbiano importato la malattia in Egitto durante gli anni dell'esilio o l'abbiano contratta colà. Di certo non era conosciuta in Grecia ai tempi di Ippocrate. Questi sotto il nome di lepra descrive diverse malattie della pelle come l'eczema e la psoriasi. Riferimenti precisi li troviamo invece in Aristotele, in Galeno, Plinio ed Areteo. Negli anni successivi ne furono fatte descrizioni poco chiare da parte dei medici, soprattutto quelli arabi, finché non si arrivò alla grande epidemia medioevale.  Nel 643 in Lombardia la malattia era talmente diffusa che il longobardo re Rotari, nell'intento di bloccarne la diffusione, emanò leggi severe per isolare i lebbrosi. Ad essi venivano negati tutti i diritti civili. Su richiesta del coniuge sano si poteva giungere persino allo scioglimento del matrimonio. Il re dei Franchi Pipino il Breve, nell'anno 757, e Carlo Magno, nel 789, emanarono leggi speciali per disciplinare i matrimoni fra lebbrosi. Si ebbe, pertanto, la fioritura di lebbrosari specie ad opera di Santi come quello di S. Nicola in Francia e di S. Ottomano in Alemagna cioè l'odierna Germania. Si calcola che intorno al 1200 esistevano in tutto il mondo cristiano 19.000 lebbrosari di cui 2000 soltanto in Francia. Oggi si può ritenere che la Cina, l'India e l'Egitto, nei tempi più antichi, abbiano rappresentato le sorgenti da cui poi, in epoca successiva, la malattia si estese in tutto il mondo favorita dalle emigrazioni, dagli scambi commerciali, dalle guerre e dal commercio degli schiavi. Nel tredicesimo secolo la malattia ebbe il massimo della diffusione in Europa favorita dalle Crociate che rinnovarono i contatti con l'Oriente dove continuava ad essere endemica. Il contagio fu favorito, comunque, dallo stato di miseria e di desolazione in cui versava l'Europa alla fine dell'Impero Romano. Nei secoli successivi, contemporaneamente alla diffusione della sifilide, i casi di lebbra diventarono più rari. Nel diciottesimo secolo si ebbe una nuova esplosione della malattia, specie nelle regioni tropicali e si ebbe il risveglio di limitati focolai in Francia, in Germania, in Iugoslavia, in Italia e in Spagna. I missionari contribuirono allo studio ed alla terapia della malattia soprattutto nel diciannovesimo secolo allorché furono gettate le basi per lo studio dell'anatomia patologica, della batteriologia, della terapia e della profilassi della malattia. Il lebbroso fin dai tempi antichi era considerato il "poverello di Dio" colui cioè prediletto dal Signore al quale era stato riservato un posto in Paradiso se avesse sopportato con pazienza le prove a cui Dio lo aveva sottoposto. Lo stesso Gesù era stato paragonato nelle profezie ad un lebbroso percosso ed umiliato. Nel Vangelo di Matteo ed in quello di Luca viene riportata la guarigione di un lebbroso. La lebbra, come già detto, era una malattia infettiva, trasmissibile, ad andamento cronico, inguaribile, con esito generalmente mortale. Il lebbroso del Vangelo guarì infatti con un miracolo. I lebbrosi erano malati che nessuno voleva avere vicino perché la malattia aveva deformato il loro aspetto rendendoli ripugnanti. S. Francesco li assistette amorevolmente all'Ospedale di Gubbio, sia pure per breve tempo, e convertì un lebbroso bestemmiatore. S. Francesco però era il Santo umile che tutti conosciamo, un asceta dalle dure mortificazioni ma anche il Santo che guardava intorno a sé con occhio ottimista e riconoscente, scorgendo in tutto ciò che lo circondava il segno del Creatore. Non tutti si comportavano però come S. Francesco. I lebbrosi facevano paura e si tendeva perciò ad isolarli dal consorzio civile. Le leggi condannavano i malati ad una vera morte civile togliendo loro ogni diritto e sciogliendo qualsiasi legame che teneva unito il lebbroso alla famiglia, moglie o figli che fossero. Anche i Pontefici si occuparono dei lebbrosi. Papa Siricio alla fine del IV secolo autorizzò la separazione dei coniugi per evitare la nascita di figli contaminati. Il III Concilio Lateranense continuò, invece, a riconoscere anche ai lebbrosi l'indissolubilità del matrimonio. Chi era sospettato di essere un lebbroso veniva sottoposto al giudizio di un Vescovo che era rappresentante e dell'autorità civile e di quella religiosa. In epoca successiva venne sottoposto al giudizio di un tribunale composto da sette lebbrosi ai quali fu aggiunto in seguito anche un medico ed un chirurgo. In anni seguenti il tribunale fu composto solo da medici. Il sospetto lebbroso veniva sottoposto a delle prove la più importante delle quali era quella dell'anestesia. La malattia determinava, infatti, la scomparsa di dolore e di ogni sensazione tattile nelle zone che venivano colpite. Per svelare ciò si avvicinava il fuoco o si toccava con aghi una parte della superficie corporea facendo in modo che il lebbroso non se ne accorgesse. Altro segno di malattia era l'atrofia dell'eminenza tenar vale a dire di quella protuberanza della mano in prossimità del primo dito o la lesione delle narici. Per svelare dette lesioni si esaminavano le narici allargandole con una bacchettina spaccata al centro. Il lebbroso che entrava in un lebbrosario era da considerarsi un morto per la società. In alcuni casi si figurava il suo seppellimento e altre volte si aspergeva il suo capo con terra cimiteriale. Si trattava di lugubri cerimoniali, frequenti soprattutto nell'Europa del Nord. Per difendersi dalla lebbra non c'era altro da fare che isolare i malati. Questi, inizialmente allontanati dalla società in maniera anche crudele, vagavano senza una fissa dimora come randagi finché non si aggregarono istintivamente in piccole comunità che sorsero in vicinanza di sorgenti di acqua soprattutto sulfurea. I malati di lebbra pensavano che quest'acqua potesse dare sollievo alle loro sofferenze. Inizialmente alloggiavano in capanne. Quando il numero di capanne cominciò ad aumentare in maniera da formare una sorta di villaggio, si provvide ad erigere un recinto. Tommaso da Celano discepolo di S. Francesco descrive nella sua "Vita Prima" nel 1229 uno di questi villaggi. Con il passare degli anni i lebbrosari si organizzarono sostituendo alle capanne edifici in muratura con una cucina ed un refettorio comune. Vi era anche un edificio che funzionava da dormitorio comune. Solo i più abbienti potevano essere esentati dalla vita comune e vivere isolati pur facendo parte della comunità. Nei lebbrosari esisteva un regolamento. Chi non lo osservava rischiava pene che potevano essere lievi come la condanna alla berlina o alla limitazione del vitto ma potevano arrivare anche all'esecuzione capitale. I lebbrosi in genere rispettavano queste regole. Ci tenevano a non essere cacciati fuori dalla comunità. Viceversa avrebbero avuto un'esistenza grama costretti a girovagare senza fissa dimora. Essi potevano anche uscire dal lebbrosario ma non potevano allontanarsi oltre un certo limite. Potevano andare in città ma dovevano portare con sé la "cliquette" cioè una campanella per segnalare la loro presenza. Quivi potevano rimanere solo poche ore ma non dovevano frequentare luoghi ove si riunivano persone sane. Se andavano in chiesa potevano sedersi su panche riservate e se queste non esistevano dovevano rimanere vicino alla porta e non entrare nei momenti in cui si celebravano funzioni. Le confessioni avvenivano su panche speciali ed i bambini venivano battezzati in sagrestia. I lebbrosi vivevano di carità che veniva loro elargita da persone caritatevoli. L'ordine di S. Lazzaro era una congregazione di persone caritatevoli che si offrì, all'epoca delle prime Crociate, di assistere questi malati a Gerusalemme ed in altre città dell'Oriente. Fondarono molti lebbrosari. Sbandatisi dopo l'incursione dei Saraceni ripararono dapprima in Francia e quindi, nel quindicesimo secolo, a Capua. Nel diciassettesimo secolo la vita dei lebbrosari si estinse perché la malattia cominciò a declinare.  A proposito di Capua e dell'Ordine di S. Lazzaro non si può non ricordare il Santuario di S. Lazzaro che è stato riedificato da Ferdinando IV di Borbone nel 1800 dopo che il generale Championnet lo aveva distrutto nel 1799 all'epoca della Repubblica Partenopea. La vecchia Chiesa era annessa ad un Ospedale. Questo fu forse il primo lebbrosario del mondo. Nacque nel 1200 grazie alla generosità di Lazzaro di Raimo, un gentiluomo che portava il nome di S. Lazzaro. Questo Santo non era il fratello di Marta e Maria risuscitato da Cristo ma il Lazzaro lebbroso della parabola. Lo scopo di questo Ospedale era quello di curare chiunque tornava dalla Palestina soprattutto se colà aveva contratto la malattia. Con lo scomparire della lebbra l'ospedale decadde e Ferdinando II lo demolì e ne fece una piazza d'armi. Queste notizie furono riportate dal compianto Monsignor Umberto D'Aquino in un libretto pubblicato nel 1968 in occasione della Fiera di S. Lazzaro che si svolse in quell'anno. Nel concludere queste notizie trovate in vari testi e cercando di renderle in maniera facile perché siano comprensibili anche per chi non è un medico ribadisco, dopo averlo più volte sottolineato, che raccontare la storia della malattie, soprattutto di quelle che hanno sconvolto la vita di tanti popoli, significa raccontare la storia dell'Umanità.

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