QUANDO FUGGIMMO
DA BELLONA
Le ombre della sera del 7 ottobre 1943 erano calate sul cruento eccidio consumato a Bellona dalle truppe naziste in ritirata. Erano stati trucidati 54 innocenti a causa dell'incoscienza e della stupida spavalderia di chi, con l'intento di difendere le sorelle dalle "avances" di tre soldati tedeschi lanciava contro di essi una bomba a mano uccidendone uno e ferendone un altro, trascurando così ciò che riportava il manifesto affisso dai tedeschi la mattina del 5 ottobre: "Per ogni soldato germanico ucciso saranno fucilati 10 italiani". L'uccisione del soldato tedesco diede origine ad una feroce rappresaglia, ordinata dal Maggiore Hans Sandrock e condotta dal capitano Hans Joachim, che portò alla cattura di circa 300 uomini di ogni ceto nella piovigginosa mattina del 7 ottobre. Raccolti nella cappella di S. Michele e tenuti a bada da alcuni soldati tedeschi, i prigionieri, a gruppi di dieci, furono condotti nei pressi di una cava di tufo dove, ad intervalli di tempo, si succedevano le impietose esecuzioni.
Era dunque calata la sera di quel triste 7 ottobre, dopo che l'ala mattutina della morte aveva percorso le strade di Bellona, quando il comando tedesco, con sede nel palazzo Pezzulo sito in via della Vittoria (oggi via 54 Martiri), tramite un banditore, rivolse alla popolazione l'invito di lasciare il paese poiché era in procinto l'inizio di una violenta battaglia contro le truppe alleate che avanzavano. Per rendere credibile e convincente l'annuncio, il banditore era affiancato dall'allora Podestà Michele Pozzuoli anche egli impegnato ad esortare i bellonesi a lasciare il paese. Nessuno sospettava dell'eccidio infatti, era convinzione di tutti che i cinque gruppi di uomini fossero stati portati al lavoro, come affermavano i tedeschi al momento della cattura. Intanto molti cittadini, temendo il peggio, si apprestarono a lasciare il paese incamminandosi lungo sentieri per raggiungere i paesi a nord di Bellona. I miei familiari credettero opportuno affiancarsi ad un gruppo composto dalle famiglie di Andrea Sapone, Vincenzo Cioppa, Alfonso Altieri, ed altri, tutti diretti a Leporano. Dopo avere attraversato il declivio di monte S. Croce raggiungemmo il Santuario Mariano di S. Maria ad Rota Montium sito sulla collina di Leporano. Appena giunti sedemmo sulle panche o presso l'altare, sfiniti dalla fatica e dalla paura di incontrare militari tedeschi. Dopo un sospiro di sollievo per essere scampati ad altri pericoli (mitragliamenti, incursioni aeree, ecc.) ci apprestammo a mangiare quel po' di cibo che ognuno aveva messo in canestri o sacchetti di iuta.
Era notte inoltrata e a causa della stanchezza ci addormentammo profondamente. Il mattino seguente, appena svegli notammo l'arrivo in chiesa di altri compaesani in cerca di rifugio mentre in lontananza si sentivano gli spari dei cannoni delle postazioni germaniche sui monti circostanti e le terrificanti esplosioni delle bombe lanciate dagli aerei alleati. Pensavamo al nostro paese, Bellona, sicuri di ritrovarlo ridotto ad un cumulo di macerie. Da alcuni rifugiati capuani apprendemmo che la loro città aveva subito pesanti bombardamenti che avevano causato più di mille morti. L'antico ed artistico Duomo, orgoglio dei cittadini era del tutto distrutto e molti capuani si aggiravano nelle strade, tra cumuli di rovine, increduli e commossi. Una città distrutta nel tentativo, da parte degli alleati, di abbattere i due ponti sul Volturno per rendere difficoltosa la ritirata al nemico. Sulla collina di Leporano la nostra prima giornata da rifugiati trascorreva serenamente nell'attesa di potere ritornare a Bellona. Alle ore 17,30 un aereo fu visto volteggiare sulle nostre teste. La stella bianca dipinta sotto le ali fece sì che tutti lo riconoscessero: era un ricognitore americano (la così detta Cicogna) che perlustrava la zona sfidando il nemico tedesco. Presi dall'entusiasmo accorremmo sul sagrato del Santuario agitando fazzoletti e urlando di gioia. L'aereo scomparve al di là dei monti circostanti, lasciando tutti noi nella convinzione di essere stati riconosciuti come persone innocue. Era notte inoltrata quando avvertimmo il rombo di un altro aereo e, dopo alcuni secondi, seguirono improvvisi e tremendi scoppi che costrinsero tutti a correre verso l'altare invocando la Vergine Maria. Il vocìo e le urla di paura echeggiavano nella navata del Santuario in alcune parti lesionata. Forse i nostri "entusiastici saluti", all'indirizzo del ricognitore erano stati male interpretati e gli alleati credettero opportuno "far sì che non si ripetessero". Le bombe caddero nei pressi del Santuario creando crepe e fenditure lungo le pareti ma, fortunatamente, non si verificò alcun crollo. Al termine era convinzione generale che la Vergine avesse esaudito le invocazioni di tutti coloro che la imploravano. Ormai era notte fonda e, cessato il bombardamento, temendo il crollo della volta del Santuario, uscimmo per ricoverarci nelle grotte dei vicini monti. Trascorremmo la notte in condizioni di estremo disagio poiché le grotte erano colme di rifugiati e lo spazio per sdraiarsi era del tutto ridotto. Si dormiva spalla a spalla rannicchiati l'uno accanto all'altro. Venne l'alba e, per tutti, fu un grande sollievo. Fu deciso di scendere in paese, a Leporano, dove ci rifuggiammo in un frantoio nei pressi della Chiesa Madre.
Restammo nel frantoio due giorni durante i quali alcuni militari tedeschi, accampati nella tenuta Lagnese sita nelle immediate vicinanze, distribuirono cibo per tutti. In principio eravamo restii ad accettarlo credendolo avvelenato e un ufficiale, compresa la nostra diffidenza, sorridendo, ne mangiò per primo. A quel gesto accorremmo tutti per soddisfare l'appetito represso nei due giorni di digiuno. Divorammo un minestrone di patate e carne suina dal sapore squisito. La squisitezza era dovuta, di certo, al digiuno! Prima che giungesse la sera decidemmo di ritornare a casa e ci incamminammo lungo lo stesso sentiero percorso quando fuggimmo da Bellona. Attraversammo in fretta via S. Maria degli Angeli fino a raggiungere Via della Vittoria. Rivolto lo sguardo verso Piazzetta IV Novembre, notammo un cumulo di rovine. La curiosità e la meraviglia ci spinsero nella piazzetta dove il palazzo Della Cioppa e il palazzo Liguori (Bar Centrale) erano completamente distrutti. Attraversate con fatica le rovine, raggiungemmo piazza Umberto I. La torre dell'orologio, il palazzo Limongi ed il palazzo Liguori erano ridotti ad un esteso cumulo di macerie. I tedeschi avevano minato alcuni edifici nelle strade e nelle piazze per rallentare l'avanzata degli alleati. In seguito si seppe che erano stati abbattuti molti platani secolari che abbellivano, per ben tre chilometri, il tratto di strada che da Bellona porta a Capua. Era un viale che, nel periodo estivo, si percorreva piacevolmente per la frescura che originava dai folti rami che formavano un tunnel verdeggiante. Alcuni giorni dopo il ritorno da Leporano, esattamente il 15 ottobre 1943, i Bellonesi appresero un'altra triste notizia: nella cisterna del Palazzo Liguori (abbattuto in piazza Umberto I) era stato rinvenuto il corpo del Capitano di Finanza Alberto Pinto nativo di Caserta. Il Capitano era stato ucciso, nei pressi del palazzo Marra, dai tedeschi e, dagli stessi, scaraventato nella cisterna.
Il corpo, riportato in superficie fu seppellito, dalla pietà dei bellonesi, nel locale cimitero da dove i resti, alcuni anni dopo, furono traslati dai familiari del defunto in quello di Caserta. Il figlio del Capitano Pinto, riconoscente, si adoperò affinché l'Amministrazione di Caserta intitolasse una strada ai Martiri di Bellona. Infatti la strada nei pressi del Comando dei vigili del Fuoco di Caserta risulta dedicata ai 54 Martiri Bellonesi.
Un gesto di alto senso civico che servì a rafforzare sempre più i rapporti tra la città capoluogo e Bellona.
Franco Valeriani
Il racconto di un testimone della tragedia sul Don
Un settimanale a diffusione nazionale pubblicò, alcuni mesi fa, un articolo che accusava i nostri soldati di nefandezze durante la Seconda Guerra Mondiale.
Per far luce a riguardo interpellammo un nostro concittadino, ora passato a miglior vita, Giovanni Graziano, che prese parte all'ultimo conflitto.
Suo unico hobby era il giardinaggio e la consueta partitina a carte con gli amici. Graziano, a proposito di tale articolo accusatore ci disse: "Dopo tutto il mio peregrinare durante la guerra, posso affermare che quanto riportato dal settimanale non risulta a verità poiché, da parte nostra, erano altri problemi che ci assillavano: in primo luogo salvare la vita, problemi di fame, le preoccupazioni per le nostre lontane famiglie, l'igiene che lasciava molto a desiderare, il clima al quale non eravamo abituati e tante cose ancora. Quando lasciavamo un paese dove si insediavano i tedeschi, le popolazioni manifestavano preoccupazione e disperazione. Conservo fotografie dove si vedono soldati italiani tenere in braccio bambini vestiti miseramente e che spessi li coprivano con qualche divisa disusata.Se noi ci fossimo comportati indegnamente, non saremmo stati aiutati dalla gente del luogo come accadde in Russia durante la tragica ritirata del Don.
Ricordo di aver letto - continuò il Graziano - che le popolazioni russe fraternizzavano con i nostri soldati tanto da definirli: Italiani, brava gente".
Oggi molti di quei protagonisti sono scomparsi ed è facile, vile e disonesto, presentarli come boia.
Potrebbe anche essersi verificato qualche insignificante caso ma ciò non può distruggere il mito del buon soldato italiano che, al contrario, merita rispetto.
Osservammo con attenzione le foto mostrateci dal Graziano e in alcune di esse si vedono bambini consumare le famose gallette.
Certi disfattisti, capaci solo di mettersi in mostra quando la controparte non è presente, e di conseguenza non può difendersi, farebbero bene a tacere anziché gettare fango su chi ha sacrificato se stesso per la libertà e l'onore della Patria.
Costoro sanno quanti soldati si sono immolati per difendere quella democrazia che oggi anche loro usufruiscono?
Franco Valeriani