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BELLONA IERI E OGGI
di Franco Valeriani
LA DIPARTITA DI
SUOR MARIA FIORENTINA
Una famiglia laboriosa e timorata di Dio quella di Carmine Caputo e Rosalina Funiciello. La loro unione fu allietata da nove figli, allevati con immensi sacrifici ed educati con buoni e retti principi morali e religiosi. Una famiglia di altri tempi, quando i figli crescevano nel rispetto dei genitori, rincasavano all'ora prestabilita e si adoperavano ad aiutare il papà nella sua bottega di onesto artigiano. Mamma Rosalina, invece, insieme alle figlie, si dedicava al disbrigo dei lavori domestici, in grande quantità in una famiglia numerosa. Delle cinque figlie, Carmelina, dal carattere docile e remissivo, mostrava una predisposizione alla vita religiosa. Iscritta all'Azione Cattolica, era una stretta collaboratrice del parroco ed una assidua frequentatrice dell'Istituto delle suore Immacolatine ubicate in via 54 Martiri. La costante frequentazione dei luoghi religiosi, fece consolidare sempre più in Lei il desiderio di abbracciare la vita monacale. E fu così che nel 1952 iniziò il suo noviziato nel convento della Pietra Santa di S. Maria C.V. Nel 1953 Carmelina Caputo prese i voti ed assunse il nome di Suor Maria Fiorentina dell'Ordine delle Immacolatine. Abile sarta e ricamatrice, lavorò per i conventi che la ospitarono: Roccamonfina, Campobasso e Oratino (Campobasso) dove si possono ammirare gli artistici ricami che Ella offrì per ricoprire gli altari.
Dopo la scomparsa dei cari genitori, il fratello maggiore Vincenzo fu il degno sostituto e per tutti fu come un padre premuroso ed affettuoso. Ogni fine settimana avvertiva il desiderio di ascoltare la voce di sua sorella al telefono. Scambiarsi un saluto era diventata una piacevole consuetudine e ogni anno, durante la festa Patronale, Vincenzo ospitava con gioia Suor Maria Fiorentina. In quei giorni ritornavano bambini, e spesso erano sorpresi dai familiari mentre ricordavano particolari curiosi della loro fanciullezza che suscitavano fragorose risate. L'ultimo incontro è avvenuto nel settembre scorso quando Suor Maria Fiorentina si trattenne a casa del fratello per ben dieci giorni. Il peso degli anni cominciava a farsi sentire ed Ella lo sopportava con ammirevole rassegnazione. La sera del 18 novembre u.s. augurò, come sempre, la buona notte alle consorelle e si recò nella sua cella. La mattina seguente alle 11,30 fu trovata nel sonno eterno che le aveva aperto le porte del Cielo. Il sacerdote che ha officiato il rito funebre, giunto all'omelia, ha detto: «Si è addormentata nella Pace del Signore e la sua immensa Fede l'avrà resa meritevole di stare, con i suoi cari, alla presenza del Signore e dei Santi. Di suor Maria Fiorentina serberemo una cara memoria e la ricorderemo, ogni giorno, nelle nostre preghiere». "Era l'angelo della famiglia - ci ha detto suo fratello Vincenzo - la sua improvvisa dipartita ha creato tra noi un incolmabile vuoto. Ci affidiamo a lei che saprà intercedere presso Nostro Signore per la Pace nel mondo". Il corpo è stato tumulato nella cappella delle suore Immacolatine, nel cimitero di S. Maria C.V., poiché Ella espresse il desiderio di volere rimanere con le consorelle dopo 50 anni di vita monacale.  Franco Valeriani
Un Bellonese ad El Alamein

Il 23 ottobre 2002 è stato celebrato il 60° anniversario della battaglia di El ALAMEIN una località desertica a 100 km da Alessandria d'Egitto. Le truppe italotedesche vi giunsero il 1º luglio 1942. Il corpo di spedizione italiano era comandato dal Generale Ettore Bàstico, mentre l’Africa Korp Tedesco era comandato dal generale tedesco Erwin Rommel, che, per la sua astuzia, fu soprannominato "La volpe del deserto" La battaglia iniziò il 23 ottobre 1942 e si concluse il 4 Novembre, dodici giorni ininterrotti di fuoco. In totale i contendenti subirono le seguenti perdite: 25.000 morti, 15.000 feriti e 30.000 prigionieri. Le divisioni Trento, Trieste e Littorio subirono ingenti perdite. La divisione Ariete si distinse nell'affrontare i carri armati “Sherman" e “Grant” con impeto e coraggio riconosciuto dagli stessi avversari. Un messaggio radio diceva: “Carri nemici fatta irruzione a Sud. Ariete accerchiata. Carri Ariete continuano a combattere". Lo scrittore inglese Lucas Phillips afferma: “Le truppe italo-tedesche non meritano essere denigrate perché si batterono con indomito coraggio. La loro arma migliore era l'artiglieria. La Divisione Paracadutisti Folgore valeva quanto una divisione tedesca e la superava nelle azioni notturne. Il corpo dei bersaglieri combatté eroicamente a Sidi Rezegh, come pure la divisione Trento. Delle due divisioni Ariete e Vittorio, la prima era tenuta in buona censiderazione dai tedeschi e, ambedue, svolgevano molti compiti utili che alleggerivano le fatiche degli alleati germanici”. Per lo scrittore inglese, a rendere possibile la vittoria, fu la netta superiorità di aerei, di uomini e di mezzi. Questo il quadro degli schieramenti prima della battaglia: inglesi ed alleati 220.476 uomini, forze italo-tedesche 108.000 uomini, 939 carri armati inglesi contro 548 dell'Asse, 892 cannoni inglesi da campagna contro 552, 1451 cannoni inglesi anticarro contro 1063, 530 aerei inglesi contro 350. Gli avversari avevano, quindi, il doppio delle forze. All'inizio della guerra la guarnigione britannica in Egitto ammontava a 36.000 uomini, mentre solo le truppe italiane erano 100.000 comandate dal generale Graziani che riuscì ad avanzare fino a Sidi El Barrani, a circa 110 km dalle postazioni inglesi dove gli italiani si accamparono con 80.000 uomini e 120 carri armati 47/32 che riuscirono a fermare sette giganteschi carri “Matilda”. La battaglia di El Alamein fu una delle più cruente della II Guerra Mondiale. Gli inglesi, comandati dal generale Montgomery, persero 13.500 uomini e 600 carri armati costruiti in America. Gli aerei inglesi mitragliavano ogni cosa senza alcun ritegno. Si accanivano anche contro le tende bianche, segnate da enormi croci rosse, ammazzando decine di degenti ed il persenale ospedaliero. In quell'inferno di fuoco, fumo e polvere, tra le urla dei feriti che, con il loro sangue macchiavano la sabbia del deserto, passavano altri feriti, altri moribondi su automezzi e barelle. Gli inglesi fecero prigienieri 8.000 tedeschi e 15.000 italiani. I superstiti della Divisione "Folgore" furono 304 e, fra questi, un giovane bellonese di 22 anni.

Origine dei Toponimi: Vitulazio

Vitulazio, così denominata a partire dal 1882. Prima di allora, sicuramente dal 1300 (vedi le Rationes decimarum Italiae, Campania, n° 2.600: in terra Vitulacii, n° 2.908: S. Maria de Vitulacio, entrambe le citazioni si riferiscono all'anno 1326) il suo nome era Vitulaccio, in cui il suffisso -accio non è affatto un dispregiativo, come alcuni potrebbero pensare; la sua base è il lat. -aceus, usato per formare aggettivi da sostantivi: es. arenaceus da arena, per indicare somiglianza o qualità; ma anche per formare nomi di abitanti; pertanto i Vitulacei erano gli abitanti di quel luogo che prendeva nome da un Vitulus (diminutivo di Vitus) proprietario di quelle terre, per cui il luogo era detto anche Vitulano o Vituliano, dove il suffisso -ano indica, come già s'è detto, proprietà di...; quindi Vitulacio e Vitulano sono la stessa cosa, da ciò la loro alternanza nelle Rationes (n° 2404: S. Maria de Vitulano, n° 2541: prope Vitulianum, n. 2727: S. Maria de Vituliano).
Aggiungiamo a titolo informativo l'altra interpretazione secondo la quale il toponimo deriverebbe da vìtulus + aptius, cioè luogo molto adatto all'allevamento dei vitelli: l'ipotesi non è da scartare; ma poco convincente sarebbe quell'aptius, troppo dotto.
Ma ascoltiamo quanto scrive ancora il Coletta: oltre naturalmente a citare la solita interpretazione che fa riferimento alla dea Vitula, lo studioso aggiunge: "A nostro avviso può derivare anche dalla funzione di pascolo bovino che l'area, al limite della piana coltivata, doveva ospitare come attività primaria". Quanto poi alla fondazione urbana, lo definisce "Casale alto medievale (X secolo) fondato su preesistente vicus romano".
Leggiamo, infine, quanto scrive Egidio Finamore nel suo Dizionario etimologico dei nomi locali, sotto la voce Vitulazio: "Paese di origine medievale, Vitulacio, poi Vitulaccio, di apparente suffisso spregiativo, raddolcito quindi nella forma odierna nel 1882. Etimologia del toponimo incerta: da un nome personale, o da una dea Vitula, o dal vitulus.
La base sembra piuttosto derivare da un nome personale latino Vitus o dal germ. Wito diffuso nei secoli altomedievali (E. De Felice, Diz. dei cognomi italiani). La desinenza avrebbe un valore diminutivo, -accio(lo) con apocope. Accenno qui tuttavia al termine latino vitulatio che definiva una cerimonia sacrificale nell'esultanza di una vittoria, da cui è possibile sia derivato il nome del luogo dove avvenne un rito simile (?)".
E' opportuno far osservare come in questa trattazione il Finamore dichiari incerta l'etimologia, il suffisso non dispregiativo, avanzi ben tre ipotesi, cui aggiunge alla fine tuttavia anche una quarta, quella della Vitulatio; sostanzialmente lo studioso sembra propendere per la derivazione da un nome personale.
Antonio Martone

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