"Mickey Mouse"
al "Pier della Vigna": una vacanza forzata
Ha suscitato tanto clamore la notizia che all'elementare "Pier della Vigna" ci sia stata un'infestazione di "Mickey Mouse" (chiamiamoli così per non impressionare gli scolaretti). Non vogliamo recitare sempre il solito sermone nel dire che, quando eravamo noi bambini, i topi in classe erano un'abitudine, che i riscaldamenti non esistevano, che i banchi erano sgangherati... I tempi sono cambiati e le moderne tipologie di edilizia scolastica prescrivono ben altri modelli di edifici, sviluppati sul piano orizzontale, come quello costruito nei pressi dell'ex Campo Profughi. Non ancora nessuna amministrazione dal dopoguerra ad oggi ha progettato un nuovo plesso per le esigenze degli scolari di oggi. Il decrepito, vetusto edificio di via Roma ha il blasone di palazzo storico per avere ospitato il glorioso Ginnasio, che nell'800 era frequentato da adolescenti ed attualmente da scolari; esso ha i muri spessi e qualche buchetto o fessura non manca, in cui si annidano i topi. Nel plesso, ce ne sono di problemi ma quello dei topini in classe è il più risolvibile se il monitoraggio degli edifici è attuato con una certa assiduità. Se si considera che in tutte le scuole, probabilmente, si annidano roditori, sarebbe il caso di estendere ad esse controlli periodici per superare la psicosi dei topi in classe, con tutte le conseguenze derivanti dal loro passaggio sui banchi, negli armadietti e dagli escrementi che vi depositano. Per la "Pier della Vigna", unica elementare del centro storico, bisognerebbe progettare un edificio nuovo, dotato di palestre, di laboratori, di spazio verde per giocare. Mica si può andare a giocare nel giardinetto di Porta Tifatina ricolmo di siringhe usate e di escrementi di cani? Ma se non si apre la discussione, mai si giungerà ad una conclusione.
f.f.
Testimonianze di epoca romana sepolte nella campagna di via Brezza
La TAV e il Parco Archeologico: un impegno dimenticato
...e la Soprintendenza che fa?
Non bisogna dimenticare certe cose, specialmente quando hanno una certa rilevanza. Sono passati alcuni anni da quando, con la costruzione della sopraelevata del Treno ad Alta Velocità, continuò lo sconvolgimento ambientale della zona di via Brezza (che coincide con il tracciato dell'Appia antica), strada già provata da precedenti scempi cementizi con la realizzazione del pericoloso cavalcavia privo di un corridoio protetto per i pedoni, nella curva prima di S. Laurenziello, e con la ghettizzazione degli abitanti di una parte della campagna portaromana, in seguito alla chiusura dei passaggi a livello. Non c'era da dubitarne che l'intera zona potesse essere un giacimento importante di reperti archeologici dell'antichità, per i frequenti modesti ritrovamenti venuti alla luce in occasione di lavori edilizi, ma quello più strabiliante, che destò meraviglia in tutti noi, avvenne alla fine del 1998 con il rinvenimento di un'antica villa dell'epoca protoimperiale del periodo tardo repubblicano, notizia che fu riportata per primo dal "Corriere". All'altro lato della strada, invece, venne alla luce un Mausoleo con due scheletri. In una nota la scoperta fu ritenuta "eccezionale" dalla Soprintendenza archeologica di Napoli. I capuani fecero quadrato intorno al ritrovamento e intendevano bloccare i lavori. Oltre a ReteCapua, svolse un ruolo importante l'associazione "Palasciania", inoltre la Rai nazionale si interessò al caso, intervenendo in loco con una troupe. Ricordiamo che ai primi del 1999, sul municipio, l'allora sindaco Mariano, la Sampaolo e i responsabili della Tav Trucchi, Frandi, Cirillo e Del Vecchio, testimoni noi della carta stampata, si ritrovarono intorno ad un tavolo, per la ricerca di un accordo perché c'era l'avversione dei cittadini e delle associazioni culturali a fare interrare dalla Tav le testimonianze archeologiche, e si invocò una variante ai lavori per deviare il corso dei treni "Dopo i lavori, diseppelliremo i resti e attueremo un parco archeologico" promisero gli alti dirigenti della società. Ma il consiglio comunale si adeguò ai progetti della Tav! Ci affannammo a dire che si doveva mettere penna sulla carta, allora, per le promesse che ci erano state propinate! Lo stesso presidente dell'Archeoclub locale, Luigi Monaco, scrisse al sindaco affinché si realizzasse un "Antiquarium" nella nostra città, il cui sottosuolo è indubbiamente ricco di resti dell'antichità. Se allora dalla concessionaria della linea veloce fu espresso l'impegno di riportare alla luce la villa romana, poi trasformata in impianto di lavorazione di vino, ora che il nuovo cavalcavia e già in funzione, bisognerebbe incalzare insistentemente la direzione della Tav e ricordare alla Soprintendenza archeologica che Capua antica è anche questa che abbiamo sotto i piedi e per la quale ci battiamo a denti stretti. La Tav potrebbe dire: "Ah!, me ne ero dimenticata" che i reperti, ricoperti di guaina e poi di terriccio, ci sono ancora. Anche la Soprintendenza archeologica non dovrebbe consentire di far dormire in eterno quel bel tesoro sotto la coltre di terra.
L'amministrazione dovrebbe ora riesumare il caso e non destinare all'oblio una testimonianza archeologica di grande interesse, intorno alla quale, con i sicuri altri ritrovamenti e con la costruzione di un Parco Archeologico, Capua si gioca il suo futuro economico e turistico.
Franco Fierro
La Scuola Medica di Salerno
"Salerno è un'amena città posta a fondo di un largo golfo del Tirreno, a 28 miglia da Napoli ed a circa 18 dal sito dell'antica Posidonia. Fabbricata sul pendio di un colle domina il largo golfo che le si para dinanzi, vede alla destra i monti dai quali li Amalfitani scorgevano tornare le loro ricche navi dall'Oriente, a sinistra guarda l'ubertosa pianura bagnata dal Sele, avendo alle spalle fruttiere colline fra le quali sono vallate fertili e deliziose. L'epoca della sua fondazione si perde nella più remota antichità, ma il suo nome cominciò a rendersi famoso allorché divenne l'estrema rocca dei Longobardi verso il mare, e presso i confini delle repubbliche di Napoli e di Amalfi. Esposta per questi motivi ai primi colpi dei contendenti, si rese importante per le fortificazioni; desiderata pel sito; ricca e popolosa per il commercio: finché nel 751, separatasi da Benevento, divenne capitale di un vasto principato e fu sede di una corte e di un signore, e da quel tempo fino al duodecimo secolo rappresentò una parte importantissima nelle nostre storie. Essa per altro era stata importante fin dai tempi più remoti per la sua salubrità, e come luogo ricercato dai valetudinari. Il Cantore di Venosa non più trovando opportuna alla sua salute la dimora in Baja ed in Cuma, chiede al suo amico Valla, perché lo istruisse del clima di Salerno, per potersi recare ad abitarvi. Anche i Benedettini non tardarono a fondarvi un Convento che venne fin dai primi tempi ricordato come la loro principale colonia... Fin da quel tempo i Benedettini, favoriti dal luogo e sotto la protezione temuta dei principi che la rendevano inviolabile, vi fecondarono il gusto per le scienze. Così scrisse Salvatore De Renzi nel 1845 nella sua "Storia della Medicina in Italia" per introdurre il capitolo sulla Scuola Medica di Salerno. Ho riportato integralmente quanto scritto dall'Autore, perché ritengo che sia indispensabile per conoscere il luogo ove la Scuola nacque e prosperò. Lo stesso De Renzi afferma che la Scuola Salernitana "rappresenta nella Storia della Medicina un fenomeno tutto italiano ed è la dimostrazione della perspicacia dello spirito italiano". Il suo sviluppo fu lento ed avvenne nell'ombra ma alla fine diventò un centro nel quale confluirono un po' per volta tutte le grandi correnti del pensiero medico antico e contemporaneo: da quelle greche delle scuole della bassa Italia e dell'Egitto a quelle monastiche; dalle giudaiche a quelle arabe; dalle orientali alle nordiche.
Le notizie che abbiamo sulla Scuola iniziano nel nono secolo. Il massimo dello splendore lo raggiunse, però, intorno al dodicesimo secolo e la sua fama proseguì fino alla fine del 1300. L'origine risale probabilmente all'epoca delle irruzioni barbariche, quando ciò che rimaneva della cultura italica fu raccolto nei luoghi più fortificati e meno esposti. E' strano che della Scuola Salernitana non si conosca bene non solo l'origine ma che non vi sia nemmeno una testimonianza della sua lunga durata. Lo si deve forse alle gelosie municipali di quell'epoca che furono certamente più dannose di quelle straniere. A Salerno non esiste nessun monumento dedicato alla Scuola ed Arnaldo di Villanova il primo vero illustratore dell'opera Salernitana non ha lasciato scritto nulla sull'antichità della Scuola e sui Medici che vi fiorirono. Molti hanno sostenuto che siano stati gli Arabi ad insegnare la Medicina ai Salernitani ma non fu così. Diversi studiosi hanno dimostrato, infatti, che nel progresso di un popolo non è necessario che vi sia una successione di Scuola. "I fatti provano chiaro che lo spirito di industria sa suggerire all'uomo cognizioni ed arti senza bisogno di acquistarle con l'esempio". Chi fa queste affermazioni vuole dimostrare che è errato credere che "l'umanità possa pensare, operare, e vivere, se pria non vi sia stato un Egizio, un Etrusco, un Latino o almeno un Arabo, il quale di paese in Paese vada portando la face del sapere". Secondo altri, invece, l'influsso degli Arabi è stato determinante perché in quell'epoca i barbari avevano distrutto ogni forma di civiltà. Queste persone dimenticano però che erano fortunatamente rimaste delle isole di cultura nelle quali gli stessi invasori non riuscirono a dominare e ciò avvenne a Salerno e nelle altre città marittime del regno di Napoli. Secondo la maggior parte degli studiosi gli Arabi non recarono all'Italia "altro che guerra, desolazioni e barbarie". Quando essi vennero noi già possedevamo una scienza nostra che ci era stata trasmessa in eredità dai nostri antenati. Non ci portarono come qualcuno afferma le opere classiche greche, perché le possedevamo già da tempo, tutte tradotte da gran tempo in latino". E' possibile che la Scuola di Salerno sia stata fondata dai Benedettini, probabilmente nel 694, quando Gregorio, console e patrizio romano, fece fondare in Salerno il Monastero di S. Benedetto. I Benedettini erano colti nelle scienze e nella Medicina. Uomo di eccezionale cultura era Bertario che fu Abate in quell'epoca. Salerno era allora sede di un Principe ed era la più bella città dell'Italia Meridionale. Benevento era in declino; Capua meno potente rispetto ai secoli precedenti e Napoli ormai diventata la capitale di un piccolo ducato. Fra i monaci benedettini ed i salernitani vi erano buoni rapporti e non vi è dubbio che i preziosi manoscritti di medicina custoditi a Montecassino fossero a disposizione anche dei Medici salernitani. La scuola era aperta a tutti senza distinzione di lingua o di nazionalità ed era una fondazione laica e non una filiazione del monastero di Montecassino come supposto da qualche Autore. Rashdall nel suo trattato sulle università medioevali dice: "Le influenze orientali non soltanto furono lontane dall'aver accresciuto la fama di Salerno, ma ne provocarono invece la decadenza. Proprio la crescente popolarità della medicina Araba nel XIII secolo oltre la contemporanea istituzione di altre facoltà mediche in varie località distrusse la popolarità della più conservatrice Salerno". Ormai, come già detto in precedenza, i soli fatti certi della Scuola Salernitana sono questi: sorse in modo alquanto oscuro intorno al X secolo; raggiunse il massimo della fama nei secoli X e XI; nel XIII dovette cedere il passo alla sopraggiunta scuola di Napoli e alle Università di Montpellier e di Bologna che erano sorte di recente; continuò ad esistere, sia pure nominalmente, fin quando non fu definitivamente chiusa da Napoleone nel 1811. Il testo del Decreto fu il seguente: "L'Università degli studi continuerà a rimanere in Napoli ed ad essa si apparterrà solamente la collazione dei gradi accademici". Eppure nel 1748 la Facoltà medica di Parigi, a dimostrazione di quanto rispetto nutrisse per la Scuola di Salerno, l'aveva interpellata per avere un parere circa un contenzioso che era sorto tra medici e chirurgi per alcuni privilegi che ognuna delle due categorie professionali non voleva riconoscere all'altra. Domenico Cotugno che era stato allievo a Salerno, per difendere gli antichi privilegi dell'Università che erano in pericolo, intervenne presso il re Ferdinando IV sottolineando che quella Scuola costituiva "uno dei più preziosi gioielli che Vostra Maestà abbia". E' stupefacente constatare che oggi a Salerno e nei dintorni non si trova traccia della sua esistenza. E' come se fosse finita nel nulla. La fama della Scuola Salernitana crebbe notevolmente quando diede asilo ai Crociati che tornavano dalla Terra Santa. Da questo momento inizia il passaggio dalla medicina monastica a quella laica. De Renzi nel trascrivere l'elenco dei medici della Scuola Salernitana ci dimostra che nel secolo XI su quindici medici, nove erano ecclesiastici e uno solo ebreo. Nel secolo XII su 23 medici solo sette furono chierici o preti medici. Questo è il primo risultato ottenuto dai divieti agli ecclesiastici di esercitare la medicina sanciti dai vari Concili succedutosi dopo l'Anno Mille. Inizialmente l'insegnamento della medicina a Salerno non fu molto dissimile da quello impartito nei monasteri dotati di infermeria, biblioteca ed orto per la coltivazione delle erbe medicinali. Alla scuola dei monaci imparavano i chierici, gli adepti e i laici. Successivamente l'insegnamento fu impartito nelle cattedrali e presso le sedi dei vescovi, e finalmente, col passaggio della cultura ai laici, la Scuola di Salerno cominciò a rilasciare diplomi dopo gli esami che venivano sostenuti nella Cattedrale di S. Matteo, nella chiesetta di S. Pietro o nella Cappella di S. Caterina. In poco tempo i medici laici si ordinarono in corporazione la "Schola Medicorum" che aveva propri statuti con un capo detto "praepositum". L'insegnamento restò opera dei singoli maestri i quali venivano pagati dai discepoli che accorrevano a Salerno anche da luoghi molto lontani. I neo medici avuta, però, l'approvazione della Scuola non potevano ancora esercitare la professione medica perché dovevano sostenere un altro esame dinanzi ad una commissione formata da commissari regi che concedevano la "licentia medendi ac praticandi" cioè il titolo ad esercitare la professione medica corrispondente all'attuale esame di Stato. In una delle Costituzioni della Scuola Salernitana si legge che il piano di studi prevedeva un corso teorico quinquennale e un anno di pratica sotto la guida di un medico provetto. La Scuola rappresentò certamente un modello per Federico II, lo "stupor mundi", quando questi decise di elaborare un piano per organizzare gli studi superiori. I medici della Scuola furono tanti e qualcuno diventò famoso. All'inizio del secolo IX presso la corte di Re Lotario in Francia troviamo Leone di Salerno celebre medico ed astronomo. Verso l'anno mille era famoso un medico nato a Salerno il cui nome era Garioponto, che nelle sue opere dimostra di rifuggire da ogni influenza arabistica e si attiene scrupolosamente ai modelli classici cioè ad Ippocrate e a Galeno. Dimostrò, invece, aperta simpatia per gli Arabi il suo discepolo Pietro Clerico. Fu famoso anche il medico benedettino Alfano, nominato poi arcivescovo di Salerno. Con il graduale passaggio del sapere medico dagli ecclesiastici ai laici non solo aumentò il numero di questi ultimi ma anche le donne cominciarono ad esercitare l'attività sanitaria. Tra queste ricordiamo Abella, Rebecca, Francesca, Costanza, Calenda, Tomasia, Maria Incarnata e Stefania. Fra tutte è famosa Trotula leggendaria moglie del celebre Giovanni Plateario, altro medico della Scuola, che non si sa bene se abbia esercitato la professione di medico o invece quella di levatrice. La fama di questa donna varcò i confini dell'Italia e restò affidata al libro "De mulierum passionibus ante, in et post partum" che fu testo nelle scuole fino al secolo sedicesimo. In esso si parla di parto, di puerperio, di cura della gestante e della partoriente, della sua alimentazione, della sua igiene, nonché della qualità del latte, dell'allattamento e dei requisiti di una buona balia. Il dodicesimo ed il tredicesimo secolo rappresentarono il lungo periodo di splendore della Scuola Salernitana. Sono gli anni in cui giunsero dall'Africa dalla Sicilia e dalla Spagna le istanze degli Arabi che pretendevano di mettere in discussione le opinioni degli antichi Autori. Costantino Africano, così chiamato perché nativo di Cartagine, fu il medico che meglio interpretò questo periodo distinguendosi per i suoi studi e per gli impulsi dati alla ricerca nel campo dell'anatomia e della chirurgia. La Scuola di Salerno non accettava più in maniera acritica quanto Galeno aveva insegnato nel campo dell'anatomia e diede perciò impulso a nuovi studi con dissezioni anatomiche sugli animali. Si ricorda a questo proposito l' "Anatomia del porco" famosa opera attribuita a Cofone medico della Scuola. Per quanto riguarda la Chirurgia che fino ad allora era affidata agli empirici inizia un'epoca nuova perché valenti maestri come Ruggero di Frugardo da Parma cominciano ad esercitarla. Rolando da Parma fu un altro celebre chirurgo della Scuola di Salerno che continuò nel solco tracciato dal suo maestro Frugardo. Nelle sue opere si parla molto di tecnica chirurgica ma anche di malattie della pelle, di psicosi e perfino dell'epilessia, probabilmente perché anche queste malattie erano trattate con procedimenti chirurgici come la cauterizzazione. Furono famosi medici della Scuola di Salerno anche Isacco Ebreo, maestro e scrittore famoso di uroscopia e Pierre Gilles che dopo Salerno insegnò forse a Parigi. La fama letteraria della Scuola fu il "Regimen Sanitatis Salernitanum". E' una raccolta di sentenze e consigli per lo più igienici e alimentari scritta in versi. Le frasi in esso contenute correvano di bocca in bocca come aforismi fin dai primi periodi della Scuola. Eccone alcuni: "Ex magna coena stomacho fit maxima poena. Ut sis nocte levis, sit tibi coena braevis"; "Aer sit mundus, habitabilis, ac luminosus, nec sit infectus, nec olens foetore cloacae". Sono consigli che vengono dati a coloro che mangiano di sera. Se vogliono passare una notte tranquilla deve essere parchi. L'altro aforisma riguarda l'igiene dell'ambiente che deve essere ben areato, pieno di luce, senza odori sgradevoli e, io aggiungo, senza fumatori che approfittando della nostra buona educazione e del nostro senso di tolleranza costringono noi non fumatori a fumare.
Antonio Citarella
MUSEOCAMPANO &
DINTORNI
"Capua, storia di una metropoli" di G. Centore
Imminente la sua pubblicazione
E' in corso di stampa presso le Edizioni Scientifiche Italiane di Napoli il volume Capua - Storia di una Metropoli di Giuseppe Centore, figura di poeta e studioso già da tempo nota in ambito nazionale e non solo.
Avendo avuto l'opportunità di leggere l'opera in bozze ne diamo notizia in anteprima, anticipando qualche nostra breve considerazione.
Sul piano cronologico essa abbraccia i circa tremila anni che corrono dalla fondazione della città ai nostri giorni in conformità dal classico enunciato di Nicola Cilento: "Di Capua è antichissimo il nome, duplice la sede, unica la storia".
I capitoli che la compongono sono dedicati a ciascuno dei popoli e potentati che si sono avvicendati sul suo territorio e ne hanno segnato e contrassegnato in modo determinante la vita civile, artistica, culturale e religiosa: osci, etruschi, sanniti, romani, longobardi, normanni, svevi, angioini, aragonesi, spagnoli e così di seguito.
Due, in particolare, sono le peculiarità che caratterizzano la trattazione: la ricchezza di ampie citazioni attinte da testi antichi e moderni che rendono interessante e proficua la lettura del libro e poi l'ampio spazio riservato alla delineazione di alcuni fra i più insigni personaggi che hanno legato il loro nome a quello della Regina del Volturno: da Annibale a Spartaco, da Pandolfo Capodiferro a Federico II e Pietro della Vigna, da Bartolomeo de Capua a Cesare Borgia ed Ettore Fieramosca.
Sul versante monumentale-archeologico notevole, per compiutezza ed esattezza informativa, è il paragrafo riservato alle celeberrime Matres Matutae, ex voto in tufo offerti alla Dea Madre, esemplari unici al mondo nel loro genere e che costituiscono il vanto di quel Museo Campano di Capua che resta, ad avviso di Amedeo Maiuri, "il più significativo della civiltà italica della Campania"; così come puntuale ed esauriente appare l'indagine volta ad illustrare sul piano ideologico ed estetico l'Arco Trionfale di Federico II elevato accanto al ponte romano e che è ritenuto l'edificio più pregevole e ragguardevole dell'architettura sveva nell'Italia meridionale.
Se un appunto ci è permesso rivolgere all'autore è quello di aver condotto il suo discorso con un tono talvolta troppo compiaciuto nel sottolineare la grandezza e la primazia di Capua in tanti campi e per tanti secoli, sicché se non fosse già stata scritta dal fondatore del Museo Campano che il prof. Centore oggi dirige, la sua storia meglio si sarebbe potuto intitolare Apologia di Capua.
E però tanto appassionato amore per il "natio loco" senza nulla togliere alla scientificità dell'apparato documentario e all'obiettività dei giudizi critici formulati nel corso del suo lavoro ne rende la lettura più sapida e avvincente.
Di esso ci riserviamo di riparlare più diffusamente non appena, cioè fra non molto, esso verrà pubblicato.
Antonio Tubiello