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Capua
ed il barocco spagnolo. Due cose apparentemente distanti e
senza alcun legame. Ma sono ben felice di trovarmi nella
condizione di poter affermare che non è cosi e che entrambi
possono avvicinarsi per un elemento in comune che ho avuto il
piacere di scoprire dopo mesi di personali ricerche e di studi
tra biblioteche, libri di storia dell’arte e l’ormai usuale
magazzino d’informazioni che è Internet. Un elemento che oltre
ad aggiungere ulteriore lustro alla storia di Capua può
fornire una nuova ed interessante occasione di rilancio per il
turismo della città.
Quando si
parla di personaggi famosi di una determinata città si fa
spesso riferimento a coloro che vi sono nati e vi hanno
vissuto per un certo periodo di tempo e che hanno in seguito
ottenuto fama e successo in altre sedi. Ma spesso si possono
annoverare nella lista delle celebrità cittadine anche coloro
che sono legati alla loro terra d’origine seppur nati altrove,
come nel caso qui trattato.
Circa tre
secoli fa, precisamente nel 1675 – stando ai libri di arte
spagnola e varie biografie – nacque a Capua un certo Nicola
Salzillo Gallo, modesto e sconosciuto scultore che rimase ben
poco nella sua città natale, trasferendosi prima di compiere i
trent’anni d’età in terra spagnola per lavorare con un altro
collega, Nicolas de Bussy, nella città di Murcia, al confine
con la regione d’Andalusia. La scelta fu piuttosto felice per
il giovane emigrante capuano: aprì una bottega per esercitare
la sua attività e prese in moglie una giovane donna del luogo,
tale Isabel Alcaraz Gòmez, dalla quale ebbe sette figli:
Francisco, Teresa, Francisca, Magdalena, Josè Antonio,
Patricio ed Inès. Inoltre, col passare degli anni le opere di
Nicola assunsero una notevole considerazione ed importanza
all’interno dell città, relegandolo tra gli artisti
ufficialmente riconosciuti nella storia dell’arte di Murcia.
Di tutti
i suoi figli fu proprio il primogenito Francisco a diventare
uno dei più importanti scultori del diciottesimo secolo nonché
uno dei più grandi del barocco spagnolo, raggiungendo
attraverso le sue opere una tale importanza da ricevere
l’invito a trasferirsi presso Madrid e mettere le sue qualità
al servizio della Corte Reale di Spagna. La fama ed il
riconoscimento però - come spesso avviene per i grandi artisti
- giunsero solo cent’anni dopo la sua morte, ossia alle soglie
del diciannovesimo secolo, quando l’importanza delle sue opere
ottennero il meritato riconoscimento sia a livello nazionale
che europeo.
Francisco
Salzillo – il cui nome completo era Francisco Antonio Josè -
nasce il 21 Maggio del 1707 in una piccola strada limitrofa ad
un convento di suore. Non appena raggiunge l’età scolare entra
nel collegio di San Esteban, diretto all’epoca dai padri
gesuiti, dove intraprende studi di filosofia, arte e
matematica: la permanenza di Francisco nel collegio costava
alla famiglia 42 reali spagnoli (l’antica moneta del regno) ed
una fanega di grano al mese (la fanega è un’unità di misura
agraria spagnola. 1 fanega equivale a 6459,6 metri quadri di
terreno), una spesa che poteva sostenere per i guadagni delle
numerose commissioni del padre Nicola e per alcuni terreni
ereditati dalla madre e tenuti in affitto. Nel frattempo
collaborava ai lavori di bottega del padre, prendendo parte ad
alcune opere e avvicinandosi all’arte della scultura.
Completata l’educazione collegiale, Francisco intraprende gli
studi di pittura e disegno al seguito del chierico Don Manuel
Sanchèz dopodiché, forse motivato per via dell’influenza dei
religiosi che lo avevano educato, entra come novizio in un
convento dell’ordine Domenicano ed avrebbe sicuramente
continuato la carriera ecclesiastica se la morte del padre,
avvenuta nel 1727, non avesse lasciato la famiglia
completamente abbandonata a sé stessa: è proprio in questa
occasione che Francisco si fa carico della bottega del padre e
di tutte le sue commissioni lasciate in sospeso. Il primo
lavoro che porta a termine, infatti, è la statua di Sant’Agnese
da Montepulciano, lasciata incompleta dal genitore.
Nel 1746
Francisco prende in moglie Juana Vallejos Martìnez, la quale
sette anni dopo gli darà la gioia della sua unica figlia,
Marìa Fulgencia. Fino a poco tempo fa vi erano alcune
discordanze tra i biografi dello scultore a riguardo della sua
prole: la maggior parte sostiene che Salzillo non ebbe altri
figli oltre Marìa ad eccezione di Martìnez Tornel, che
dichiara ne ebbe vari. Né l’uno nè gli altri avevano ragione:
in seguito a varie ricerche negli archivi di alcune chiese fu
trovato un documento, anteriore al 1753, che certifica la
nascita di un altro figlio morto però prematuramente.
Nonostante il rifiuto alla proposta di trasferimento
offertagli dal Conte di Floridablanca per lavorare alla corte
reale a Madrid il nome di Francisco supera le mura di Murcia
per raggiungere le province limitrofe di Alicante, Albacete ed
Almerìa e tale successo propiziò la sua nomina a “Scultore
Ufficiale del Comune di Murcia ed ispettore di pittura e
scultura”.
Nel 1763
muore la moglie, perdita che lo segnerà moltissimo per via del
suo carattere di sposo fedele e premuroso, mentre vent’anni
dopo – il 2 Marzo del 1783 – toccherà a lui abbandonare la
vita terrena poco prossimo al compimento dei 76 anni. Venne
seppellito per suo espresso desiderio nel Convento delle
Cappuccine, dove la sorella Francesca de Paula era monaca,
chiedendo di essere vestito con l’abito francescano.
Nel 1936,
durante la guerra civile che sconvolse la Spagna, il convento
dove Francisco Salzillo riposava venne distrutto ma la sua
tomba rimase intatta. Coincidenza del caso vuole che sulla sua
lapide vi sia scritto l’epitaffio che lo stesso scultore,
quando era ancora in vita, chiese fosse scolpito per la sua
futura tomba: “Absortpta est mors in victoria”, che tradotto
dal Latino significa “La morte è stata sconfitta per la
vittoria”.
Al
termine del conflitto le monache costruirono un altro
convento, portandovi i resti dello scultore dove riposano
tuttora.
L’opera
di Francisco Salzillo – la cui tematica è esclusivamente
religiosa – è ripartita in ordine quantitativo in quattro
regioni del sud-est spagnolo: Murcia, Alicante, Albacete e
Almerìa conservano l’inestimabile tesoro delle sue sculture
lignee presenti in grande quantità soprattutto nella città di
nascita dell’artista. Annotarla con esattezza è impossibile,
cosi come impossibile è differenziarla in tappe: di epoca
giovanile sono i lavori lasciati incompleti dal padre e
terminati in breve tempo prima di passare a quelli di fattura
propria. Tra i più importanti – seppur difficile è effettuare
una selezione – abbiamo la stupenda Vergine delle Pene del
1740 ed il Sant’Antonio del 1746, opera che racchiude una
pienezza di dinamismo nella rappresentazione; tra il 1742 ed
il 1763, invece, realizza alcune stazioni della Via Crucis
per la confraternita di Gesù Nazareno: L’Orto degli Ulivi, La
Prima Caduta, La Veronica, L’incontro con la Madre e La Cena.
Altro lavoro da citare per la sua importanza è il Presepe
creato su commissione dell’amico don Jesualdo Riquelme y
Fontes: in esso la presenza di elementi importati dalla
cultura presepiale partenopea – fusi con la tipica
espressività del Barocco - è forte e senza dubbio acquisita
per via delle origini campane di suo padre. Composto da un
totale di 556 figure, molte delle quali aggiunte in seguito
dall’artista o dai proprietari che l’hanno posseduto negli
anni, è passato col tempo a diverse figure della nobiltà
spagnola, come la marchesa di Salinas ed il marchese di
Corvera: venne acquistato dal Museo di Murcia nel 1914 per ben
27.000 pesetas.
Nel corso
degli anni molte delle sue opere sono scomparse, alcune
bruciate, altre nelle mani di inadeguati restauratori o
conservate da qualche parte ma ancora non localizzate come nel
caso della statua di Sant’Agnese da Montepulciano, uno dei
suoi lavori più importanti nonché ideato dal genitore capuano.
Proprio quest’opera, di proprietà dei Domenicati e dagli
stessi pagata per la sua realizzazione, andò persa durante il
trasferimento dei frati presso un altro convento su ordine del
vescovado di Murcia: da allora non si sono avute più tracce né
in documenti tanto meno negli inventari di questa scultura
dall’incalcolabile valore. Cominciata da Nicola e lasciata
incompleta dallo stesso a causa della sua morte fu continuata
e portata a termine da Francisco e proprio per tale motivo -
oltre alla sua importanza prettamente artistica - assume anche
un valore storico per essere il punto di incontro a livello
caratteristico ed espressivo di due degli scultori più famosi
della storia murciana.
Francesco
Salzillo è il creatore di una scuola e di uno stile che sono
giunti in parte fino ai giorni nostri, grazie ad allievi che
ne hanno seguito le orme nel corso degli anni come Roque Lòpez,
Josè Lòpez Pèrez, Francisco Bermudez Caro, Marcos La Borda,
Juan Porcel e molti altri.
Al pari
di personaggi come Ettore Fieramosca, Pier delle Vigne e
Giuseppe Martucci, Francisco e Nicola Salzillo possono e
devono essere considerati figli illustri di Capua a tutti gli
effetti e proprio per questo motivo sta continuando il mio
impegno personale e privato di trovare il certificato di
nascita di Nicola, il cui recupero si rivelerebbe di
fondamentale importanza per provare senza ombra di dubbio le
sue origini.
Di fronte
a tuttoi ciò amministrazione politica e – soprattutto -
addetti ai lavori nel campo turistico/culturale non possono
voltare le spalle a dei dati di fatto che moltissime, troppe
volte – per indifferenza, incapacità, svogliatezza volontaria
o meno degli stessi – vengono ignorati e non sfruttati nella
loro più totale pienezza ed importanza, lasciandoli cadere
nell’oblio o relegandoli a piccoli articoli e studi a cura di
coscienziosi e volenterosi studiosi capuani (ed i nomi me li
risparmio, chi è dentro certe cose può arrivarci a capirli da
solo) che se ne occupano con quotidiana passione e
dinamicità.
Francisco
Salzillo e padre non sono due semplici nomi e personaggi ma
delle vere e proprie linee-guida per il rilancio culturale
capuano che se ben sfruttate e gestite – preferibilmente da
persone con competenze nel campo turistico, storico ed
artistico – possono portare alla realizzazione di eventi e
collaborazioni di portata nazionale ed internazionale, dando
anche inizio a rapporti di partnership intercomunali le quali,
in un’epoca dove le informazioni viaggiano al tempo d’un
battito d’ali, possono contribuire con notevole incisione alla
diffusione della secolare immagine di una città, quella di
Capua, rimasta fortemente arretrata proprio sotto questo
aspetto: e non sfruttare le innumerevoli occasioni offerte dai
mezzi mediatici attuali può provocare danni che, nel caso
della nostra comunità, sono ancora presenti e fanno tuttora
male, soprattutto a livello economico.
Ciò che
ho scritto su Francisco Salzillo è soltanto il punto di
partenza di un progetto sul quale ho appena iniziato a
lavorare e che gode del supporto e dell’entusiasmo delle
associazioni artistiche e culturali marciane e salzilliane: un
progetto che continuerò a portare avanti con la speranza –
sperando non vana ed eterna – che lassù, nel palazzo del
potere che tutto decide e tutto discute, qualcuno possa
prestare occhi ed orecchie per creare un qualcosa che farebbe
bene non solo alla città ma, di conseguenza, anche a tutti i
suoi cittadini. |