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Di: Alessandro Giordano


La rivolta di Capua contro Roma

Chiunque decida di indagare sulla storia di Capua non potrà non accorgersi, oltre che dell’illimitato patrimonio culturale da essa posseduto e ai personaggi storici che ne hanno calcato le strade nel corso dei secoli, della presenza di eventi storici che hanno contribuito a porla come centro di interesse in numerose e varie questioni, dalla storia stessa all’arte, dalla musica alla cultura in generale.

Aggiungerei a tale lista comunque, annettendola a quella storica, anche la categoria militare: Capua, infatti, è stata sede di importanti battaglie in alcune epoche, molte delle quali ricordate dai libri di storia o rinomate nelle opere di numerosi scrittori e storici, come si è visto ad esempio nella trattazione della battaglia garibaldina del Volturno nel precedente numero di questa rubrica.

In questa occasione facciamo un salto indietro nel tempo di duemila anni per trattare di una delle battaglie più importanti della storia romana: la guerra contro l’esercito cartaginese di Annibale, ossia la seconda di quelle tre guerre puniche che decretarono il dominio dell’esercito italico sull’intero Mediterraneo, sulle sue coste e sulle sue rotte.  La Capua coinvolta in questa lotta non è quella che sorge attualmente sulle rive del Volturno ma quella vecchia, ossia Santa Maria Capua Vetere: nonostante ciò, si tratta a mio avviso di una distinzione da non prendere troppo seriamente, soprattutto per chi conosce bene la storia romana e delle due città e per chi sa che entrambe hanno intrapreso percorsi diversi durante la loro esistenza: è pur vero che la Capua “romana”, originale, è quella dove risiede l’Anfiteatro ma bisogna considerare il fatto che il territorio ad essa appartenente comprendeva anche tratti della Capua “nuova”, quella Casilinum che fungeva da porto per l'odierna S.Maria, rioccupata in seguito dai cittadini provenienti dalla fortezza di Sicopoli, nei pressi di Triflisco, fuggiti dalla Capua “vetere” per ripararsi dalle orde saraceniche dell’841 d.C.

Capua e Annibale, dunque. Un connubio che nel corso della Seconda Guerra Punica mise davvero a repentaglio il dominio dell’Impero Romano nel Sud Italia e che fu poi esempio seguito da un gran numero di altre città italiche, stanche oramai del dominio della città di Romolo. Nel suo muovere guerra all’Impero della lupa e nel suo discendere la penisola, Annibale fece un perfetto lavoro psicologico nei confronti delle popolazioni che incontrava lungo il cammino, presentandosi come loro liberatore e invitandole alla ribellione: le città della Campania, infatti,  erano fortemente limitate dalla giurisdizione di un "praefectus" romano, alla cui elezione il popolo campano non partecipava, doveva solo e sempre ubbidire. Fu per quest'ultimo motivo che anche il popolo di Capua aprì le porte ad Annibale, che entrato in trattative accettò in pieno le condizioni avanzate dai cittadini capuani: nessun arruolamento nell'esercito, completa autonomia, dono di 300 prigionieri romani da scambiare con i cavalieri capuani che erano al servizio di Roma in Sicilia.
L'esempio di Capua fu seguito da altre città minori della Campania: Atella, Calatia, Nuceria, Acerrae. Comunque poca cosa: il nucleo della forza di Roma, Lazio, Umbria ed Etruria, rimaneva ben saldo. La dedizione di Capua e pochi altri centri, quindi, non erano fatti che avessero gran peso nella guerra. L'Italia si manteneva fedele a Roma e la repubblica rimaneva perciò forte e temibile. E cosi, Annibale entrava nell'opulenta Capua, che si era consegnata ai Cartaginesi. Essa, con il suo lusso e le sue raffinatezze, rappresentò forse una sorta di arma letale per la determinazione di un esercito, quello punico, che negli ultimi due anni aveva marciato e combattuto senza sosta. Per Annibale era determinante ricevere appoggi dalla sua patria. Suo fratello Magone, inviato a Cartagine, era riuscito a trovare sostegno e rinforzi, nonostante l'opposizione del conservatore Annone.  Ma si trattò di un sasso nello stagno: mai infatti la sua patria offrì al suo grande condottiero quel sostegno auspicato che avrebbe potuto rilevarsi decisivo e forse modificare il corso della storia. La poca risolutezza di Annibale diede modo a Roma di riorganizzarsi e di stringere intorno al generale cartaginese una morsa che negli anni si sarebbe fatta sempre più robusta. I Romani utilizzarono una tattica di logoramento che cominciò a creare seri problemi ad Annibale e soprattutto a generare sfiducia alle popolazioni del sud dell'Italia che si erano schierate con Cartagine.

Infatti, mentre l'esercito cartaginese svernava a Capua, le truppe romane si occupavano di riconquistare le altre città che si erano alleate con Annibale. Quando Annibale, poi, si spostò verso la Puglia per espugnare Taranto, le truppe romane cominciarono ad assediare con vigore Capua. La città, dunque, fu l’inizio della fine per l’esercito cartaginese. E le prove ce le forniscono i libri dello storico Tito Livio, che annotò l’intera vicenda bellica nella sua opera più importante inerente la storia di Roma, "Ab Urbe condita libri", conosciuta anche come“Annales”. 

“A Capua tenne al coperto per la maggior parte dell'inverno quell'esercito, più volte e a lungo provato da tutti i malanni umani, ma inesperto e non abituato ai piaceri. Insomma, quegli uomini che nessuna avversità e nessuna forza erano riuscite a sconfiggere, furono abbattuti dall'eccessivo benessere e dagli smodati piaceri; e il danno fu tanto maggiore, quanto più essi che non vi erano abituati vi si immersero.

Infatti il poltrire a letto, il vino, i banchetti, le prostitute, i bagni, l'ozio - sempre più piacevole mano a mano che ci si abituava un giorno dopo l'altro - a tal punto debilitarono i corpi e gli animi che in seguito erano più protetti dalle vittorie ottenute nel passato che dalle forze che loro rimanevano. Chi era esperto di arte militare sosteneva che quel passo falso del comandante era ben più grave di quello commesso quando, dal campo di battaglia di Canne, non aveva marciato direttamente su Roma. Se quella esitazione sembrava aver semplicemente differito la vittoria, quello sbaglio dissipò le energie indispensabili per la vittoria.

E dunque, per Ercole, quando Annibale uscì di Capua sembrava che fosse a capo di ben altri uomini: ad essi non riusciva ad imporre più l'antica disciplina: e infatti moltissimi di loro, che ormai avevano delle relazioni con le prostitute, tornarono indietro; quando riprese la vita sotto le tende e ripresero anche le marce e tutte le fatiche della vita militare, erano senza energie nel corpo e nell'anima, quasi fossero delle reclute. Quindi, per tutto il tempo delle operazioni estive, la maggior parte, anche se priva di licenza, si allontanava di nascosto dal suo reparto. E ai disertori non si offriva altro nascondiglio che Capua.” 

Livio, nel suo giudizio, è implacabile nei confronti del condottiero punico. Il famoso detto “Bis peccare in bello non licet” valse anche in quel caso: non si può sbagliare doppiamente in guerra e l’ozio al quale i militari cartaginesi si lasciarono andare a Capua fu un errore ancor più grave di quello di non attaccare un esercito romano, ormai privato e in difficoltà dopo la sconfitta di Canne, direttamente in casa propria. 

Nell'estate del 215 a.c Annibale aveva lasciato Capua e aveva ricominciato la sua campagna nel sud della penisola. Nella sua testa c'era comunque l'idea fissa di conquistare Taranto, il cui porto rappresentava un importante risorsa per Annibale, nella speranza di ricevere sostegno e rinforzi da Cartagine. Riuscirà a conquistare la perla dello Ionio, nel 213 a.c. grazie al complotto di 13 giovani nobili tarantini guidati da due di loro, Nicone e Filemeno,  che permisero al generale di entrare nella mura cittadine eludendo i controlli della guarnigione Romana. 

Ma Annibale non riuscì ad impadronirsi dell'intera città, infatti ben  5000 centurioni superstiti si asserragliarono nella rocca, dalla quale riuscivano a mantenere il controllo sul porto. E mentre Annibale si ostinava nel tentativo di espugnare la rocca tarantina, i  Romani stringevano Capua in un assedio mortale, lasciandola praticamente senza viveri. 

Ambasciatori campani si recavano costantemente presso Annibale chiedendo il suo intervento, ma lui continuava a temporeggiare. Nel 211 a.c., dopo ripetute sollecitazioni e quando la bella Capua sembrava destinata ad arrendersi per fame, nel 211 a.c. Annibale si convinse a tornare indietro e dare una mano ai suoi alleati campani. Ma una volta arrivato a Capua dovette constatare che aprire un varco nello schieramento romano per allentare l'assedio della città, era un'impresa veramente ardua. Il primo scontro tra le truppe Cartaginesi e quelle Romane, guidate da Appio Claudio e Fulvio Flacco, si risolve a favore di quest'ultime.

Pochi mesi dopo i Romani entrarono in Capua; molti dei senatori Campani che si erano resi protagonisti del tradimento, con in testa Vibio Virro,  si suicidarono con il veleno, gli altri furono trucidati dalle truppe guidate dal proconsole Quinto Fulvio Flacco. La città venne risparmiata ma perse definitivamente ogni autonomia amministrativa.  

Anche sull'assedio di Capua e sulla sua caduta Tito Livio è prodigo di citazioni e dettagli, ottimamente annotati nei suoi Annales. L'attacco alla roccaforte capuana è stato oramai stabilito e l'unica opportunità che ha Annibale, al fine di non utilizzare tutta la potenza del suo esercito concentrandola in un'unica battaglia, è quella di provare ad allontanare l'avversario dall'obbiettivo: "I Romani assediano Capua. Annibale si dirige, per la via Latina, a Roma, sperando di distogliere le legioni da Capua e mantenere così il controllo della città. Lungo la strada saccheggerà anche il territorio di Cales (l'odierna Calvi Risorta)" (Tito Livio).

Ma alle soluzioni militari Roma ne offre anche di diplomatiche e pacifiche: infatti i Romani emettono un editto "che qualunque cittadino campano che fosse passato [ai Romani] prima di un certo giorno, sarebbe esente da punizioni" (Tito Livio). Più che combattere si cercava di destabilizzare le menti dei Capuani offrendo clemenza e perdono, evitando ulteriori perdite tra le fila imperiali. Capua è oramai persa per Annibale e allo stesso modo la pensano i congiurati capuani comandati da Vibius Verus. La rivolta contro Roma è fallita e le promesse di clemenza romane, nonostante la serietà con la quale erano state poste, non convincevano nessuno di loro. L'unica soluzione rimasta per non cadere nelle mani e nelle vendette nemiche era quella del suicidio: "A Capua Vibius Verius, colui che aveva favorito l'alleanza con Annibale, con un degnissimo discorso incita i suoi, vista oramai l'impossibilità di proseguire la lotta, a darsi la morte e li invita a casa sua dove avrebbero bevuto il veleno liberatorio" (Tito Livio).

Cosi, dunque, terminò la rivolta della città. Gli scritti di Livio, parlando del post-guerra, denotano un dato molto interessante: la vendetta spietata e senza indugi di Roma. Le promesse di perdono, infatti, furono difficilmente mantenute e Roma mostrò fermamente la sua mano di ferro, trucidando tutti i cospiratori e infliggendo pesanti imposizioni su tutte le città che avevano aderito alla ribellione contro di essa. Generali e ufficiali romani, inoltre, dimostrano come quella lotta contro Annibale e come la defezione degli alleati campani fossero sentite dentro gli animi con forza e passione a tal punto da non rispettare gli ordini del Senato che decretavano la grazia per coloro che si erano consegnati di propria volontà all'esercito romano. Anche su questi oscuri episodi Tito Livio ci lascia una traccia: "Dopo la resa ci sono divergenze tra i generali romani sulla sorte del senato campano: Fulvius è per la massima severità mentre Claudius è favorevole alla clemenza. Alla fine Fulvius riuscirà a far giustiziare i senatori di Capua di fronte alla popolazione Calena. Per far questo evita di leggere le missive speditegli dal Senato romano, ignorandone così le indicazioni".

Claudius, dunque, si macchia di insubordinazione, rifiutando di eseguire ordini superiori e attuando una personale sentenza di condanna a morte: se le popolazioni italiche avevano bisogno di una dimostrazione su chi fosse a comandare sulla penisola la ebbero in maniera molto dura e implacabile. 

Alessandro Giordano (Studente della Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Scienze del Turismo - Direttore dell'Ufficio Italiano della NUMA Australia)

 
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