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La
rivolta di Capua contro Roma

Chiunque
decida di indagare sulla storia di Capua non potrà non
accorgersi, oltre che dell’illimitato patrimonio culturale
da essa posseduto e ai personaggi storici che ne hanno calcato
le strade nel corso dei secoli, della presenza di eventi
storici che hanno contribuito a porla come centro di interesse
in numerose e varie questioni, dalla storia stessa all’arte,
dalla musica alla cultura in generale.
Aggiungerei a
tale lista comunque, annettendola a quella storica, anche la
categoria militare: Capua, infatti, è stata sede di
importanti battaglie in alcune epoche, molte delle quali
ricordate dai libri di storia o rinomate nelle opere di
numerosi scrittori e storici, come si è visto ad esempio
nella trattazione della battaglia garibaldina del Volturno nel
precedente numero di questa rubrica.
In questa
occasione facciamo un salto indietro nel tempo di duemila anni
per trattare di una delle battaglie più importanti della
storia romana: la guerra contro l’esercito cartaginese di
Annibale, ossia la seconda di quelle tre guerre puniche che
decretarono il dominio dell’esercito italico sull’intero
Mediterraneo, sulle sue coste e sulle sue rotte. La
Capua coinvolta in questa lotta non è quella che sorge
attualmente sulle rive del Volturno ma quella vecchia, ossia
Santa Maria Capua Vetere: nonostante ciò, si tratta a mio
avviso di una distinzione da non prendere troppo seriamente,
soprattutto per chi conosce bene la storia romana e delle due
città e per chi sa che entrambe hanno intrapreso percorsi
diversi durante la loro esistenza: è pur vero che la Capua
“romana”, originale, è quella dove risiede l’Anfiteatro
ma bisogna considerare il fatto che il territorio ad essa
appartenente comprendeva anche tratti della Capua “nuova”,
quella Casilinum che fungeva da porto per l'odierna S.Maria,
rioccupata in seguito dai cittadini provenienti dalla fortezza
di Sicopoli, nei pressi di Triflisco, fuggiti dalla Capua
“vetere” per ripararsi dalle orde saraceniche dell’841
d.C.
Capua e
Annibale, dunque. Un connubio che nel corso della Seconda
Guerra Punica mise davvero a repentaglio il dominio
dell’Impero Romano nel Sud Italia e che fu poi esempio
seguito da un gran numero di altre città italiche, stanche
oramai del dominio della città di Romolo. Nel suo muovere
guerra all’Impero della lupa e nel suo discendere la
penisola, Annibale fece un perfetto lavoro psicologico nei
confronti delle popolazioni che incontrava lungo il cammino,
presentandosi come loro liberatore e invitandole alla
ribellione: le città della Campania, infatti, erano fortemente limitate dalla
giurisdizione di un "praefectus" romano, alla
cui elezione il popolo campano non partecipava, doveva solo e
sempre ubbidire. Fu per quest'ultimo motivo che anche
il popolo di Capua aprì le porte ad Annibale, che entrato in
trattative accettò in pieno le condizioni avanzate dai
cittadini capuani: nessun arruolamento nell'esercito, completa
autonomia, dono di 300 prigionieri romani da scambiare con i
cavalieri capuani che erano al servizio di Roma in Sicilia.
L'esempio di Capua fu seguito da altre città minori della
Campania: Atella, Calatia, Nuceria, Acerrae. Comunque poca
cosa: il nucleo della forza di Roma, Lazio, Umbria ed Etruria,
rimaneva ben saldo. La dedizione di Capua e pochi altri
centri, quindi, non erano fatti che avessero gran peso nella
guerra. L'Italia si manteneva fedele a Roma e la repubblica
rimaneva perciò forte e temibile. E
cosi, Annibale entrava nell'opulenta Capua, che si era
consegnata ai Cartaginesi. Essa, con il suo lusso e le sue
raffinatezze, rappresentò forse una sorta di arma letale per
la determinazione di un esercito, quello punico, che negli
ultimi due anni aveva marciato e combattuto senza sosta. Per
Annibale era determinante ricevere appoggi dalla sua patria. Suo
fratello Magone, inviato a Cartagine, era riuscito a trovare
sostegno e rinforzi, nonostante l'opposizione del
conservatore Annone. Ma si trattò di un sasso nello
stagno: mai infatti la sua patria offrì al suo grande
condottiero quel sostegno auspicato che avrebbe potuto
rilevarsi decisivo e forse modificare il corso della storia.
La poca risolutezza di Annibale diede modo a Roma di
riorganizzarsi e di stringere intorno al generale cartaginese
una morsa che negli anni si sarebbe fatta sempre più robusta.
I Romani utilizzarono una tattica di logoramento che cominciò
a creare seri problemi ad Annibale e soprattutto a generare
sfiducia alle popolazioni del sud dell'Italia che si erano
schierate con Cartagine.
Infatti,
mentre l'esercito cartaginese svernava a Capua, le truppe
romane si occupavano di riconquistare le altre città che si
erano alleate con Annibale. Quando Annibale, poi, si spostò
verso la Puglia per espugnare Taranto, le truppe romane
cominciarono ad assediare con vigore Capua. La città,
dunque, fu l’inizio della fine per l’esercito cartaginese.
E le prove ce le forniscono i libri dello storico Tito Livio,
che annotò l’intera vicenda bellica nella sua opera più
importante inerente la storia di Roma, "Ab
Urbe condita libri",
conosciuta anche come“Annales”.
“A Capua
tenne al coperto per la maggior parte dell'inverno quell'esercito,
più volte e a lungo provato da tutti i malanni umani, ma
inesperto e non abituato ai piaceri. Insomma, quegli uomini
che nessuna avversità e nessuna forza erano riuscite a
sconfiggere, furono abbattuti dall'eccessivo benessere e dagli
smodati piaceri; e il danno fu tanto maggiore, quanto più
essi che non vi erano abituati vi si immersero.
Infatti il
poltrire a letto, il vino, i banchetti, le prostitute, i
bagni, l'ozio - sempre più piacevole mano a mano che ci si
abituava un giorno dopo l'altro - a tal punto debilitarono i
corpi e gli animi che in seguito erano più protetti dalle
vittorie ottenute nel passato che dalle forze che loro
rimanevano. Chi era esperto di arte militare sosteneva che
quel passo falso del comandante era ben più grave di quello
commesso quando, dal campo di battaglia di Canne, non aveva
marciato direttamente su Roma. Se quella esitazione sembrava
aver semplicemente differito la vittoria, quello sbaglio
dissipò le energie indispensabili per la vittoria.
E dunque, per
Ercole, quando Annibale uscì di Capua sembrava che fosse a
capo di ben altri uomini: ad essi non riusciva ad imporre più
l'antica disciplina: e infatti moltissimi di loro, che ormai
avevano delle relazioni con le prostitute, tornarono indietro;
quando riprese la vita sotto le tende e ripresero anche le
marce e tutte le fatiche della vita militare, erano senza
energie nel corpo e nell'anima, quasi fossero delle reclute.
Quindi, per tutto il tempo delle operazioni estive, la maggior
parte, anche se priva di licenza, si allontanava di nascosto
dal suo reparto. E ai disertori non si offriva altro
nascondiglio che Capua.”
Livio, nel
suo giudizio, è implacabile nei confronti del condottiero
punico. Il famoso detto “Bis peccare in bello non licet” valse
anche in quel caso: non si può sbagliare doppiamente in
guerra e l’ozio al quale i militari cartaginesi si
lasciarono andare a Capua fu un errore ancor più grave di
quello di non attaccare un esercito romano, ormai privato e in
difficoltà dopo la sconfitta di Canne, direttamente in casa
propria.
Nell'estate
del 215 a.c Annibale aveva lasciato Capua e aveva ricominciato
la sua campagna nel sud della penisola. Nella sua testa c'era
comunque l'idea fissa di conquistare Taranto, il cui porto
rappresentava un importante risorsa per Annibale, nella
speranza di ricevere sostegno e rinforzi da Cartagine. Riuscirà
a conquistare la perla dello Ionio, nel 213 a.c. grazie al
complotto di 13 giovani nobili tarantini guidati da due di
loro, Nicone e Filemeno, che permisero al generale di
entrare nella mura cittadine eludendo i controlli della
guarnigione Romana.
Ma
Annibale non riuscì ad impadronirsi dell'intera città,
infatti ben 5000 centurioni superstiti si
asserragliarono nella rocca, dalla quale riuscivano a
mantenere il controllo sul porto. E mentre Annibale si
ostinava nel tentativo di espugnare la rocca tarantina, i
Romani stringevano Capua in un assedio mortale, lasciandola
praticamente senza viveri.
Ambasciatori
campani si recavano costantemente presso Annibale
chiedendo il suo intervento, ma lui continuava a
temporeggiare. Nel
211 a.c., dopo ripetute sollecitazioni e quando la bella Capua
sembrava destinata ad arrendersi per fame, nel 211 a.c.
Annibale si convinse a tornare indietro e dare una mano ai
suoi alleati campani. Ma una volta arrivato a Capua dovette
constatare che aprire un varco nello schieramento romano per
allentare l'assedio della città, era un'impresa veramente
ardua. Il primo scontro tra le truppe Cartaginesi e quelle
Romane, guidate da Appio Claudio e Fulvio Flacco, si risolve a
favore di quest'ultime.
Pochi
mesi dopo i Romani entrarono in Capua; molti dei senatori
Campani che si erano resi protagonisti del tradimento, con in
testa Vibio Virro, si suicidarono con il veleno, gli
altri furono trucidati dalle truppe guidate dal proconsole
Quinto Fulvio Flacco. La città venne risparmiata ma perse
definitivamente ogni autonomia amministrativa.
Anche
sull'assedio di Capua e sulla sua caduta Tito Livio è prodigo
di citazioni e dettagli, ottimamente annotati nei suoi Annales.
L'attacco alla roccaforte capuana è stato oramai stabilito e
l'unica opportunità che ha Annibale, al fine di non
utilizzare tutta la potenza del suo esercito concentrandola in
un'unica battaglia, è quella di provare ad allontanare
l'avversario dall'obbiettivo: "I Romani assediano Capua.
Annibale si dirige, per la via Latina, a Roma, sperando di
distogliere le legioni da Capua e mantenere così il controllo
della città. Lungo la strada saccheggerà anche il territorio
di Cales (l'odierna Calvi Risorta)" (Tito Livio).
Ma alle
soluzioni militari Roma ne offre anche di diplomatiche e
pacifiche: infatti i Romani emettono un editto "che
qualunque cittadino campano che fosse passato [ai Romani]
prima di un certo giorno, sarebbe esente da punizioni"
(Tito Livio). Più che combattere si cercava di destabilizzare
le menti dei Capuani offrendo clemenza e perdono, evitando
ulteriori perdite tra le fila imperiali. Capua è oramai persa
per Annibale e allo stesso modo la pensano i congiurati
capuani comandati da Vibius Verus. La rivolta contro Roma è
fallita e le promesse di clemenza romane, nonostante la serietà
con la quale erano state poste, non convincevano nessuno di
loro. L'unica soluzione rimasta per non cadere nelle mani e
nelle vendette nemiche era quella del suicidio: "A Capua
Vibius Verius, colui che aveva favorito l'alleanza con
Annibale, con un degnissimo discorso incita i suoi, vista
oramai l'impossibilità di proseguire la lotta, a darsi la
morte e li invita a casa sua dove avrebbero bevuto il veleno
liberatorio" (Tito Livio).
Cosi, dunque,
terminò la rivolta della città. Gli scritti di Livio,
parlando del post-guerra, denotano un dato molto interessante:
la vendetta spietata e senza indugi di Roma. Le promesse di
perdono, infatti, furono difficilmente mantenute e Roma mostrò
fermamente la sua mano di ferro, trucidando tutti i
cospiratori e infliggendo pesanti imposizioni su tutte le città
che avevano aderito alla ribellione contro di essa. Generali e
ufficiali romani, inoltre, dimostrano come quella lotta contro
Annibale e come la defezione degli alleati campani fossero
sentite dentro gli animi con forza e passione a tal punto da
non rispettare gli ordini del Senato che decretavano la grazia
per coloro che si erano consegnati di propria volontà
all'esercito romano. Anche su questi oscuri episodi Tito Livio
ci lascia una traccia: "Dopo la resa ci sono divergenze
tra i generali romani sulla sorte del senato campano: Fulvius
è per la massima severità mentre Claudius è favorevole alla
clemenza. Alla fine Fulvius riuscirà a far giustiziare i
senatori di Capua di fronte alla popolazione Calena. Per far
questo evita di leggere le missive speditegli dal Senato
romano, ignorandone così le indicazioni".
Claudius,
dunque, si macchia di insubordinazione, rifiutando di eseguire
ordini superiori e attuando una personale sentenza di condanna
a morte: se le popolazioni italiche avevano bisogno di una
dimostrazione su chi fosse a comandare sulla penisola la
ebbero in maniera molto dura e implacabile.
Alessandro Giordano (Studente della Facoltà di
Lettere e Filosofia, Corso di Scienze del Turismo -
Direttore dell'Ufficio Italiano della NUMA Australia)
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