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Di: Valerio Sapio
Grande
successo di pubblico per la manifestazione “Le pari opportunità
tra gli antichi mestieri e l’artigianato”, organizzata
dall’Assessorato alle Politiche Sociali presieduto dalla Prof.ssa
Annamaria Fusco. I tanti convenuti hanno potuto ammirare antiche
attrezzature agricole e tessili nonché oggetti di uso comune
risalenti all’800 e al ‘900. Curiosando tra i vari stand
gastronomici e artigianali e le notevoli attrezzature d’epoca messe
a disposizione da meritevoli cittadini capuani, ci siamo imbattuti
in un vivace anziano seduto su una poltrona con l’autorevolezza di
un patriarca biblico carico di esperienza: si trattava del signor
Gaetano Bellofatto, classe 1915 e capuano doc. Il simpatico
nonnino ha accettato volentieri di rispondere a qualche domanda,
coadiuvato dal nipote Gaetano Bellofatto junior, il quale si
è interessato al restauro di molti dei pezzi esposti.
Signor Gaetano, quale di questi
attrezzi le fa venire di più in mente il suo passato di agricoltore
e allevatore?
L’arzillo signore risponde con
simpatico accento vernacolare: “Sono molti gli attrezzi da lavoro
che usavo personalmente: ad esempio il manganone, attaccato
al quale c’era un solo animale; lo usavo per fare i solchi nel
terreno per poi seminare. Utilizzavo anche l’aratro di legno di
gelso, duro e leggero allo stesso tempo, col quale dissodavo il
terreno ancora non troppo compatto. Il tipo che si usava a Capua era
un diretto discendente dell’aratro utilizzato da Romolo per
tracciare il primo confine di Roma. Erano tanti gli attrezzi che
servivano ai contadini, come la “mazza capuana”, antica unità
di misura lunga 191,5 centimetri e con il diametro alle punte
arrotondate di un centimetro: trenta mazze di lunghezza per una di
larghezza costituivano un “passo”, trenta passi equivalevano
ad un “moggio capuano” misurante 3333 mq2. Tutte le vendite
di terra e gli affitti, per antica tradizione, erano calcolati in
base a questa unità.
Per il grano usavamo la “misura”,
un contenitore conico di legno con la capacità di un chilo di
cereali; quarantaquattro misure erano un “tummolo” di
quarantaquattro chili. Il grano allora lo vendevamo a tummoli”.
Quali strumenti usavano le donne?
“Le donne stavano sempre in casa e
perlopiù tessevano. Si usava l’”arcolaio” di legno per
lavorare la canapa fatta a Capua e trasformarla in fili. Con i fili
si facevano vestiti di canapa poco pesanti ma caldi e
resistenti; non si comprava niente, facevamo tutto da soli. Ho
ancora una coperta di canapa di fine d’800. Le donne, oltre ad
aiutare nella stalla, facevano anche le conserve con pomodori,
melanzane etc; si teneva la carne di maiale sotto la “ ‘nzogna” in
vasi di terracotta per conservarla e darle sapore. Le femmine di
casa preparavano i pasti, molto poveri e unici, a base di cereali e
carne. C’era un grande piatto unico dal quale si serviva tutta la
famiglia: prima il padre, i figli maschi e infine le donne. Ho
ancora diversi di questi piatti, blu e di pesante coccio.”
Fino a che anno ha utilizzato gli
attrezzi esposti?
“Molti attrezzi li ho ereditati da mio
padre e li ho usati fino al 1976, quando mi morì la cavalla che
spingeva l’aratro e l’erpice. Allora comprai un trattore Fiat che
ancora oggi, a novantacinque anni suonati, guido sui campi e con il
quale lavoro il mio terreno. Mi diverto anche ad andare in
bicicletta”.
Ha cominciato presto a lavorare?
“A circa sette anni già andavo a caccia
e facevo la campagna. Ero unico figlio in famiglia e spesso chiamavo
dei braccianti che lavoravano a tempo. Non ho coltivato solo durante
la guerra, quando ero aviere e facevo aviotrasporto tra la Libia e
l’Italia, portando benzina per le nostre truppe. Rischiavo la vita
tutti i giorni e fui anche ferito ad un orecchio in un incidente a
Pantelleria, nel 1943. Ho ricevuto per questo la medaglia al
valore militare. Ero anche tiratore scelto, facevo centro ogni
volta!”
Il nipote del signor Gaetano,
Gaetano Bellofatto junior, ci porta a fare un giro tra gli
attrezzi del nonno che, con l’aiuto dell’amico Danilo Slanzi,
ha restaurato in circa una settimana.
“E’ stata dura “-ha detto il giovane –
“dato che abbiamo avuto a che fare con attrezzi deteriorati o con
parti mancanti perché distrutte o rubate, ma alla fine la quasi
totalità dei manufatti è tornata al suo antico splendore nel
rispetto dell’originalità del periodo cui appartiene. I pezzi forti
della nostra collezione sono un pigiatore di uva di metà ’800,
costruito nelle “Fonderie Capuane” anticamente site in Porta
Napoli, e un torchio ancora più antico e perfettamente funzionante.
Abbiamo anche un aratro di ferro a due animali di metà ‘800: a
questo apparecchio si legavano i buoi tramite un’asta di ferro che
fungeva da “presa di forza”: l’asta era collegata all’animale
mediante pettorali di cuoio lubrificati con strutto (la famosa
‘nzogna) per non far ferire la bestia; ai pettorali si poteva
collegare anche un erpice usato per spaccare il duro terreno
lasciato a riposo.”
E’ stato difficile recuperare gli
strumenti?
“Come già detto, alcuni non vengono
usati da più di trent’anni, quindi ricostruire e ricondizionare
alcune parti è stato molto faticoso, ma io e il mio amico Danilo
Slanzi siamo riusciti a riportare quasi tutti gli utensili, quasi
dimenticati, al pieno funzionamento. Sul nostro esempio anche altri
cittadini stanno recuperando dai casali e dalle stalle i vecchi
attrezzi, preziose testimonianze del passato agricolo di Capua.”
Salutiamo Gaetano Bellofatto senior e junior per rivolgerci
all’Assessore delegato ai Servizi Sociali, la Prof.ssa Annamaria
Fusco, organizzatrice dell’evento, che ci ha esternato la sua
piena soddisfazione:
“La manifestazione è nata in sinergia
con la Commissione Comunale per le Pari Opportunità al fine
di valorizzare un patrimonio storico – culturale prettamente capuano
che rischia di sparire e di essere dimenticato. Abbiamo voluto
valorizzare il lavoro di tanti uomini, che con fatica coltivavano i
poderi del nostro territorio, e di tante donne che con abnegazione e
“imprenditorialità” non sospette portavano avanti le loro famiglie.
Dopo un attento studio abbiamo
individuato numerosi attrezzi e oggetti d’uso quotidiano che erano
ormai caduti nell’oblio; abbiamo fatto studi sulle tante fabbriche
metallurgiche e ceramiche capuane che producevano con maestria
questi oggetti, scoprendo un mondo d’industria ormai scomparso dalla
nostra città, un tempo oasi felice di Terra di Lavoro.
Oggi si tiene troppo al presente e si
dimentica facilmente il passato: non dobbiamo scordare da dove
veniamo e rivendicare con orgoglio le nostre radici capuane”.
Come si inquadra nella realtà locale
l’Assessorato che dirige? Quali sono stati gli sviluppi che ha
impresso al sociale a Capua?
Ho inteso fare un giro di vite evitando
l’unica elargizione di contentini alla cittadinanza, ma cercando di
offrire alla stessa più servizi e assistenza: si sono accentuate
l’assistenza ai disabili e agli anziani, il tutorato educativo, il
soggiorno climatico per le fasce deboli, le convenzioni con le
piscine per i più piccoli. A breve partirà il bando per la creazione
di una grande ludoteca che cerchi di canalizzare le energie dei
ragazzi in attività laboratoriali utili a toglierli dalla strada e
dare loro una valida formazione per il mondo del lavoro. In quest’ottica,
anche il chiostro dell’Annunziata, rivalutato recentissimamente, è
un ottimo punto di contatto tra i cittadini, quasi una “novella
agorà”, un centro di aggregazione sociale a prescindere dal colore
politico”. Molti gli apprezzamenti della cittadinanza nei confronti
dell’evento, a testimoniare l’attenzione dei capuani per le loro
origini e per la conservazione della memoria comune.
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