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Era
una fredda mattina di febbraio, le 10 circa, ed io e Davide
Villano mio amico, stretto collaboratore e instancabile
ambientalista, decidemmo di recarci verso il bosco di San
Vito per verificare le condizioni di quell’area naturale e
soprattutto perché ci era giunta notizia che la Prima
Quercia era in totale decadenza. All’altezza di via Gradilli
imboccammo un sentiero scavalcando le sbarre che impediscono
l’accesso alle autovetture. La mattinata era grigia, anzi
c’era una fitta foschia che copriva come un velo biancastro
i frutteti delle campagne adiacenti il bosco stesso. La
rugiada, visibile a occhio nudo, si annidava tra i prati
verdi dei terreni. Era uno spettacolo suggestivo e
impressionante di come la natura si manifesta con i suoi
mille colori, anche i più ombrosi e cupi, avendo sempre quel
suo aspetto affascinante e travolgente.
Ma torniamo al bosco ed i suoi
dintorni. Salendo per il sentiero suddetto con la nebbia che
imperversava fitta sulle nostre teste, i rami secchi
sporgevano come se ci volessero ostacolare il cammino.
Alberi decadenti creavano uno scenario cupo e triste, come
se il bosco fosse un malato bisognoso di cure. Uno stato di
abbandono, come una zona paludosa e desolante, ed il tempo
grigio facevano la loro parte, creando una sorta di immagine
da film horror. Il silenzio assordante completava
quell’atmosfera particolarmente unica ed agghiacciante. Ogni
tanto il canto di qualche uccel di bosco rompeva
d’improvviso quel silenzio cupo, segno che la natura non era
affatto morta, ma anzi viveva e vive celata nonostante tutto
intorno può sembrare un deserto d’incuria.
Ma veniamo alla cosa essenziale
del nostro breve ma intenso tragitto. Dopo la salita
giungemmo all’altezza della prima quercia. Uno spettacolo
lugubre si aprì ai nostri occhi. L’albero maestoso e
plurisecolare, da sempre simbolo indiscusso alle porte del
bosco, si presentava come uno spettro: arso, con i suoi
grossi rami spezzati, bruciati, frantumati e sparsi
tutt’intorno come dei relitti abbandonati nei più profondi
abissi marini. Metafore a parte il patriarca del bosco dopo
essersi essiccato è stato ulteriormente profanato da una
mano criminale che lo ha letteralmente massacrato. Il suo
corpo fastoso annerito e mutilato mostrava in tutto e per
tutto la sua totale decadenza, e come una martire quella che
fu la Prima Quercia lasciava trasparire la sua fine.
Ma chi ha voluto destinarle una
sorte così orribile? Chi aveva interesse a cancellare per
sempre il simbolo per eccellenza del nostro bosco? Tante
domande, tanti perché. Eppure, nonostante bruciato e
massacrato, il suo corpo permane con tutte le sue ferite.
L'attentatore forse voleva eliminare per sempre le sue
tracce, ma il robustissimo fusto ha resistito, per quanto è
possibile, alle fiamme che volevano distruggerlo. Che fine
faranno adesso i suoi rami sparsi a terra? Beh, c’è da
presumere che qualche esperto razziatore di legname farà
come si suol dire “piazza pulita”, visto che i grossi
tronchi faranno gola a non pochi ricercatori che, senza il
minimo scrupolo, se ne infischieranno della storia
pluricentenaria della vecchia quercia, cancellando un antico
patrimonio storico-naturale del nostro paese.
Quante denunce, articoli,
interventi e manifestazioni fatte per custodire almeno
quello che restava della quercia? Quanti politici hanno
fatto visite e promesse? La nostra testata “La Foglia”, così
come la nostra associazione Legambiente, da sempre e in modo
costante ha portato avanti intense battaglie per salvare il
salvabile. Le nostre lotte purtroppo non hanno evitato il
peggio, ma sicuramente ci siamo battuti come leoni per
mettere sempre di più in luce un’emergenza ambientale sotto
gli occhi di tutti o almeno di molti.
E i rifiuti che imperversano
proprio alle porte del bosco? Altra triste e dolorosa
storia. Altre denunce, altri articoli, ma poi? Meno male che
le sbarre che impediscono l’accesso ai vari sentieri hanno
evitato il peggio. Il bosco stava diventando una discarica a
cielo aperto, con il deposito di tutti i tipi di materiali
anche pericolosi per l’ambiente.
Incredulità il primo sentimento
che ha pervaso me e Davide, poi l’amarezza ed il senso
d’impotenza. Ci giravamo e intorno a noi la nebbia era
l’unica magra consolazione di intravedere tra quel bianco
naturale qualcosa di pulito nell’aria, almeno quello; il
rumore della piccola sorgente, il profumo del bosco salubre
e ossigenato, il verde che ancora dominava la scena
nonostante tutto.
E poi il canto liberatorio
degli uccelli, anche se ormai orfani di quei rami che
spiccavano con le loro verdi foglie su quel fusto ricco di
storia, di cui ora resta solo uno spettro; uno spettro che
si aggira nel bosco di San Vito come un vecchio custode che
da secoli conosce i segreti più nascosti di un vecchio
cimitero che ancora non vuole morire.
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