|
Giovanni
Leuci
nasce a
Grazzanise (CE) il 19-11-1948.
Vive a
Capua (CE) in via Porta Roma, 173.
Atelier:
via Bartolomeo De Capua, 7-9 81043 Capua (CE)
333 2109981
- e-mail:
leucigiovanni@virgilio.it
Autodidatta, fin da ragazzo ha provato interesse per la pittura ed
ha coltivato questa sua passione con grande impegno e talento. Non
legato ad alcuna scuola accademica, né guidato da alcuno, ha voluto,
invece, di sua iniziativa, scoprendo la sua intima vocazione,
cimentarsi con la pittura.
Giovanni
Leuci ha voluto e saputo esprimersi in un modo nuovo per l’ambiente
che lo circonda.
La
caratteristica principale delle sue opere è una traccia di tristezza
e un vago senso di pessimismo.
Ha
partecipato a molte rassegne pittoriche sia in Italia che
all’estero, riportando ottimi successi, ma per il Leuci le vere
soddisfazioni sono state le sue personali, una delle più importanti
è stata sulla “Cappella Sansevero” di Napoli nel 1995.
Dopo aver
lavorato ad una suggestiva operazione culturale
"leggendo"
graficamente uno dei più conosciuti monumenti napoletani: la
Cappella Sansevero ne ha derivata una sequenza di 25 opere di grande
suggestione, che sono al tempo stesso una citazione storica e
un’operazione artistica.
In tale
occasione è stata allestita una mostra-convegno presso la chiesa
della SS. Carità nella città di Capua.
Nel
2002 inizia la collaborazione artistica con la chiesa di Capua,
mediante la realizzazione di ritratti (olio su tela) di Arcivescovi
e Cardinali. Tale collaborazione artistica è stata voluta per
espresso desiderio di S. E. Mons. Bruno Schettino, Arcivescovo di
Capua.
Quale
artista autentico, in progressiva evoluzione, Leuci si appresta ad
inserirsi a pieno titolo nel mondo di quell'arte che non sfugge a
regole fondamentali di leggibilità e di comunicazione. Quell'arte
che si oppone al postmoderno e serve di arricchimento al nostro
spirito bisognoso di conoscenze rivelatrici di lezioni salutari…
Giorgio Agnisola
L’arte di
Giovanni Leuci e il Settecento
Suggestioni della pittura tra Napoli e Capua
di
Salvatore Costanzo
Davvero
suggestiva la mostra di dipinti a Capua dedicata a Giovanni Leuci,
artista largamente affermato, che collega la sua ultima collezione
sacra ad autori del Settecento napoletano.
Negli spazi
della chiesa di S. Salvatore a Corte, Leuci pone un’attenzione nuova
alla dialettica dei rapporti tra le arti plastiche napoletane e
quelle capuane attraverso un “trasporto pittorico” operato su
modelli di due scultori settecenteschi, Matteo Bottiglieri e
Giuseppe Sanmartino, le cui esperienze culturali sono rintracciabili
attraverso percorsi geografici meridionali più ampi, che la moderna
storiografia e critica d’arte tende solo oggi ad approfondire.
La
capillare rivisitazione dei valori plastici imposti alla statua del
“Cristo morto” che si conserva nella cripta del Duomo di Capua
(1724), un bel marmo di forte modellatura eseguito dal Bottiglieri
forse su disegno di Francesco Solimena, fa riemergere dall’ombra
alcuni aspetti della personalità dello scultore napoletano ancora
poco conosciuti su scala nazionale, e contribuisce a chiarire gusti
e tendenze oggetto di interpretazioni lacunose o addirittura svianti
da parte di taluni storici dell’arte poco attenti.
La pittura
di Leuci, costituita per questa mostra da una splendida raccolta di
tele (si contano sedici pezzi tutti quasi monòcromi), viene a patti
con le radici dell’artista più autentiche; essa si presenta con le
carte in regola e un linguaggio orgogliosamente autonomo, pronto ad
affrontare gli appuntamenti dei prossimi anni.
Come accade
spesso nell’arte di Leuci, un accentuato realismo e un deliberato
ritorno ai modelli classici si accordano perfettamene. Certo è che
sul corpo del “Cristo morto” del Bottiglieri, che appartiene ad una
categoria a sé per eleganza compositiva ed energia plastica, Leuci
si applica con tenacia, meditando senza posa sul modo di trattare la
materia inerte del marmo attraverso i colori, la complessione, lo
spessore psicologico del volto di Cristo.
Nelle sue
immagini, l’anima si insinua fra le pieghe del marmo come sul
modello dell’opera eseguita dal Sanmartino nel 1753 per la Cappella
Sansevero a Napoli, se ne impossessa, vibra di una vigile tensione
emotiva che dal corpo privo di vita di Cristo trae palpiti di calda
sensualità.
Leuci
declina, per così dire, il proprio repertorio decorativo per
immortalare il velo sul Cristo giacente: la sofferenza colta nel
marmo è rafforzata dal trattamento pittorico della superficie.
Esegue col pennello il velo mancante, sostituendo con ”l’illusione
pittorica” quello naturale che avrebbe dovuto avvolgere la figura di
Cristo del Bottiglieri, creando uno straordinario effetto di realtà.
Luci e ombre calano sul volto e sul velo delle sue figure, e lo
spettatore sente che in un batter d’occhio potrebbero cambiare non
solo l’espressione e l’atteggiamento, ma anche le pieghe disposte
casualmente.
E’, quello
di Leuci, un fenomeno tutt’altro che secondario che documenta e
impagina l’arte figurativa sacra con rigoroso approccio
metodologico, serrata indagine compositiva, sostanzioso apporto di
esiti pittorici. E’ un qualche cosa che cede alla suggestione di una
scena commovente, quasi un fenomeno della coscienza per cui il
desiderio è imposto dall’esterno, dai fatti e dalle situazioni
capaci di esercitare forti impressioni e sensazioni.
L’artista
si accosta al trattamento della superficie del volto del “Cristo
Velato” del Sanmartino, opera di altissima qualità che deriva forse
da un bozzetto di Antonio Corradini, e non può esserci il minimo
dubbio che questa cesellatura lo abbia ispirato a simulare il velo
formato da una stoffa marmorizzata, secondo un procedimento
inventato nel Settecento dallo stesso committente napoletano, il
principe Raimondo di Sangro, singolare figura di uomo d’arme,
letterato, sperimentatore ed alchimista.
Sta di
fatto che nel rendere la trasparenza pittorica del velo che
aspramente avvolge la statua del Bottiglieri, Leuci intuisce
l’eccezionale virtuosismo del Sanmartino nel plasmare la materia
marmorea come se fosse cera, riuscendo a suscitare un sentimento di
malinconia, di commozione e di mestizia, ma anche di compassione e
di pietà.
Nelle opere
di Leuci il trattamento del volto di Cristo riflette di volta in
volta una differenza di concezione in base alle diverse inquadrature
prospettiche, come si può notare in alcuni particolari del capo o in
quelli anatomici del viso, specie quando l’insistenza sull’asse
obliquo della figura è accompagnato da altre diagonali. Particolari
che rappresentano tutti un’occasione di sofferta introspezione, di
muta fascinazione, solitaria interrogazione esistenziale, di
ostinato scandaglio della propria intima sostanza umana.
L’attenzione dell’osservatore è interamente assorbita da un silenzio
“parlato”: la barriera spirituale fra lo spettatore e l’opera cade,
e il contatto è immediato e diretto. E’, dunque, una ritrattistica
attenta, penetrante che coinvolge immediatamente lo spettatore. Il
raffinato psicologismo delle diverse posture delle figure viene
messo in evidenza dal morbido trattamento dell’epidermide e,
soprattutto, dal diverso uso prospettico del volto i cui chiari
segni di sofferenza sono sobriamente accordati su un sottile,
sofisticato gioco di rapporti tonali, che sembra volgersi
maggiormente alla ricerca di un significato morale e sociale
dell’arte. Il tutto contribuisce a suscitare un senso di stupefatta
incredulità di fronte alla morte. |