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Questa
pubblicazione si propone di fare luce su un importante avvenimento
accaduto nel secondo decennio del XIX secolo in S. Angelo in Formis,
ovvero la contesa tra il Comune di Capua e la famiglia Baja di San
Prisco per il possesso della montagna e delle sorgenti di S. Angelo in
Formis e di dare un modesto contributo alla storia di S. Angelo in
Formis e a quella di Capua. S.
Angelo in Formis nel passato era già stato al centro degli interessi
dei capuani, soprattutto degli arcivescovi di Capua, per la basilica e
i suoi possedimenti; nel periodo preso in esame divenne teatro degli
interessi della città di Capua soprattutto per le sorgenti di acque,
vista la grave carenza idrica che affliggeva la città, sede di
ospedali e sulla quale gravitavano anche numerose guarnigioni militari.
Nel primo paragrafo si è preferito dare
dei cenni storici attraverso una sintesi tratta dai principali
studiosi che si sono interessati della storia di S. Angelo in Formis,
evitando di entrare in considerazioni troppo specialistiche riguardo
le iscrizioni e i reperti archeologici, gli affreschi della basilica o
il problema ancora aperto del toponimo, tutti aspetti che
meriterebbero una specifica trattazione. Nel
secondo paragrafo, aggiunto soltanto in un secondo momento per i
riferimenti citati dal Comune capuano, si sono riportate le notizie
relative alle “acque” di S. Angelo in Formis conservate nell’Archivio
Comunale di Capua attraverso il repertorio di G. A. Manna pubblicato
nel 1588 a Napoli, preziosissima fonte per la storia di Capua.
Tuttavia per la trattazione del suddetto
avvenimento si è utilizzato il fondo archivistico degli “Usi Civici”
del Comune di Capua presso l’Archivio di Stato di Caserta,
privilegiando il racconto fatto attraverso il ritmo dato dallo scambio
della documentazione fra le parti che, nei casi più significativi, si
è inserita all’interno del testo, facendo parlare direttamente i
documenti. Dall’analisi
dei fatti si evidenzia una particolare volontà dell’intendente
della provincia di Terra di Lavoro di favorire il Comune capuano per
andare incontro alle motivate carenze idriche della città nonostante
le evidenti ragioni della famiglia Baja. Basti solo considerare che la
contesa si avvia verso la conclusione quando si verifica l’avvicendamento
ai vertici dell’Intendenza e del Comune di Capua. - Luigi
Russo -
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La presenza di vari corsi d’acqua sul Monte Tifata è narrata da diversi scrittori latini, tra questi Silio Italico definì tale monte “umbrifero” e affermò che da esso sgorgavano numerosi corsi d’acqua, sfruttati per irrigare i campi ed alimentare gli acquedotti. Secondo Velleio Patercolo il luogo era ricco di diverse sorgenti minerali. Questi in particolare narrò che nell’83 a.C. sulle alture del monte Tifata, nella località di S. Angelo in Formis, Silla sconfisse l’esercito democratico comandato dal console Caio Norbano e per commemorare tale vittoria concesse a Diana i campi circostanti e le sorgenti di acque famose. In seguito Augusto e Vespasiano confermarono i privilegi accordati da Silla.
Molto probabilmente la parte più antica della primitiva chiesa fu costruita dai Longobardi verso la fine del VI secolo, prima dell’odierna basilica benedettina; si trattava di un santuario cristiano edificato nel medesimo luogo dove era stato abbattuto il tempio di Diana Tifatina. Il Monaco affermava: <<Come la chiesa nuova è orientata verso Capua Nuova, così la vecchia chiesa era orientata verso Capua Vetere1. Secondo Francesco Granata la chiesa forse fu edificata sul monte Tifata in occasione della dedicazione della chiesa di S. Michele sul monte Gargano2.
I Longobardi si erano insediati a Capua intorno al 585 mentre il più antico documento riportato nel Regesto di Sant’Angelo in Formis risale al 595, quindi la primitiva chiesa dovette essere fondata in questo periodo3.
Non si conosce il periodo preciso di quando la basilica divenne una prepositura cassinese, ma è verosimile che ciò sia avvenuto durante la dimora dei monaci benedettini a Capua (896-953), in seguito alla distruzione di Montecassino operata dai Saraceni nell’833 e al loro breve periodo di permanenza teanese.
Leone Ostiense nella sua Cronaca narrava che Sicone, vescovo di Capua, dispiaciuto di una innovazione che ledeva i diritti della propria giurisdizione, tolse la chiesa di S. Angelo ai monaci di S. Benedetto di Capua, cui l’aveva donata papa Marino II. I monaci cassinesi fece ricorso al papa Marino II che scrisse al vescovo Sicone intimandogli di restituire la chiesa ai monaci di S. Benedetto sotto pena della scomunica. Nonostante ciò la chiesa dovette rimanere nelle mani dei vescovi di Capua perché nel 1065 fu concessa dall’arcivescovo Ildebrando di Capua a Riccardo I, principe di Capua, la chiesa di S. Michele <<que dicebatur antiquitus arcu Dianae et modo dicitur ad Formam>> con le soggette chiese di S. Giovanni, S. Salvatore e S. Ilario, ricevendo in cambio la chiesa di S. Giovanni Landepaldi con tutte le sue pertinenze.
L’anno successivo Riccardo, principe di Capua, concesse al monastero di S. Michele <<ad arcum Dianae … nuper a nobis constructo>> tutti i suoi diritti in Garzano e donò allo stesso monastero, fra le altre cose, la chiesa di S. Angelo.
Lo stesso principe nel 1072 donò a Montecassino, retta dall’abate Desiderio, il monastero di S. Angelo ad Forma con tutte le sue pertinenze. Desiderio riedificò ed ampliò la basilica, dotandola di un ciclo di affreschi che rende l’edificio uno degli scrigni più preziosi della pittura romanica.
L’abate cassinese è ricordato sia nella bella iscrizione riportata sull’architrave del portale, ma è ricordato anche nell’affresco dell’abside nell’atto di offrire il modello della basilica.
Il papa Gregorio VII nel 7 dicembre 1078 confermò il possesso della chiesa di S. Angelo in Formis a Montecassino.
Nel Regesto di S. Angelo in Formis è riportato che Rainaldo (1149-59), cardinale ed abate di Montecassino, confermava le donazioni fatte all’hospitalis ecclesie S. Angeli in Formis, ad usum pauperum.
Nel Regesto di S. Angelo in Formis è riportato che Rainaldo (1149-59), cardinale ed abate di Montecassino, confermava le donazioni fatte <<all’hospitalis ecclesie S. Angeli in Formis, ad usum pauperum>>. Quindi si può affermare che tra il 1149 e il 1159 vi era in S. Angelo in Formis un centro di ricovero per i poveri nei pressi della basilica..
Nel 1457 il monastero di S. Angelo fu soppresso e la chiesa fu eretta in Prepositura Concistoriale dal pontefice Martino V; le sue rendite erano considerevoli pertanto la Prepositura veniva spesso affidata a cardinali appartenenti ad importanti famiglie. Infatti essa rimase per lungo tempo nella casata dei Carafa4, succedendosi: Diomede, Pirro Luigi, Fabio, Carlo ed Antonio.
Michele Monaco notava che ai suoi tempi si narrava che durante la peste accaduta nell’anno 1500 gli appestati venivano mandati fuori della città verso il Monte di S. Angelo, sopra l’antico criptoportico quadrato, costruito presso la fonte, dalla parte di “Pisciarello”.
Sempre nel medesimo Regesto è notato che nel 1535 Pirro Luigi Carafa, preposito di S. Angelo in Formis, si rifiutò di pagare l’annuo censo dovuto a Montecassino per la prepositura di S. Angelo in Formis.
Dal 1574 iniziò la serie degli abati commendatari della badia con il cardinale Antonio Carafa che affittò i beni di S. Angelo in Formis per 6 anni ad Andrea Verusio di Vitulano al prezzo di 930 ducati l’anno. Da questo periodo iniziò quindi la censuazione dei beni della basilica di S. Angelo in Formis.
Il 9 febbraio del 1766 l’arcivescovo Capece Galeota fece sorgere nella chiesa abbaziale di S. Angelo in Formis una economia curata dipendente dalla chiesa parrocchiale di S. Marcello in Capua.
La basilica fu dichiarata dal 1779 di regio patronato con sentenza del Cappellano Maggiore del 6 settembre del medesimo anno.
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