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La Disfida di Barletta

 
Correva l’anno 1503, l’Italia meridionale era stata spartita a tavolino tra francesi e spagnoli. Ai primi sarebbero toccati Napoli, gli Abruzzi e Terra di Lavoro e Luigi XII sarebbe diventato Re di Napoli; gli spagnoli, invece, avrebbero dominato su Puglia e Calabria, con Ferdinando d’Aragona duca delle due Regioni.
Iniziate le operazioni di conquista sul territorio italiano, i due eserciti si ritrovarono molto presto l’uno contro l’altro. Motivo della contesa: la conquista della Capitanata. Diversi furono gli scontri tra gli spagnoli, guidati dal "Gran Capitano", Consalvo da Cordova, e i francesi, guidati dal Vice Re di Luigi XII, Luigi d’Armagnac, Duca di Nemours. Gli spagnoli, di stanza a Barletta, ebbero la meglio sui francesi, in uno degli scontri, grazie all’aiuto degli italiani mandati dal principe Fabrizio Colonna. Avevano fatto prigionieri molti soldati, che trassero a Barletta, tra questi Monsignor Guy de La Motte. Il rispetto per il nemico sconfitto indusse il "Gran Capitano" a trattare gli sconfitti con riguardo e cortesia. La Cantina di Veleno (questo il nome dell’oste) fu il luogo, un convivio tra ufficiali dei due eserciti l’occasione, la "Disfida di Barletta" il risultato.
Diego de Mendoza, comandante del gruppo vittorioso sui francesi, volle adunare alcuni uomini di entrambe le parti ma, inevitabilmente, la conversazione, quella sera, cadde sullo scontro che si era avuto e Diego de Mendoza non si trattenne dall’elogiare il coraggio e il valore sul campo degli italiani. Il Mendoza aveva colpito nel segno e, galeotto il generoso vino pugliese, tanto bastò perché il de La Motte si riscaldasse sino ad offendere l’onore degli italiani, definendoli "senza fede, vili soldati e traditori". Un convitato spagnolo, il cavaliere Inigo Lopez de Ayala rispose immediatamente all’oltraggio, lanciando la sfida: "Per giudicare – incalzò – si avessero a misurare tanti italiani con tanti francesi". E così fu. L’onore italiano, per essere riscattato, richiedeva che l’offesa fosse pagata con le armi. Si stabilì, allora, che Ettore Fieramosca, cavaliere di Capua, sarebbe stato a capo dell’impresa. Il giorno sarebbe stato il 13 febbraio e i cavalieri, inizialmente, undici. Su richiesta di La Motte il loro numero fu portato a 13. Il confronto si sarebbe svolto in campo neutrale e i vincitori avrebbero preso armi e cavalli dei vinti. Furono stabiliti anche il numero degli ostaggi e dei giudici di campo e le regole del combattimento. Araldi a cavallo, per le contrade, annunciavano la sfida del 13 febbraio, tra squilli di trombe e rulli di tamburi. Così narra Massimo D’Azeglio: "I Principi Prospero e Fabrizio Colonna sostengono, con buona licenza, che detto Messer Guy de La Motte ha sfrontatamente mentito, così come mentirà, se ogni qualvolta ripetesse una tale affermazione. Per questo hanno chiesto che il duca (di Nemours, Luigi d’Armagnac) si compiaccia concedere campo aperto per il combattimento ad oltranza tra i nostri ed i suoi in pari numero. La Disfida avrà luogo domani nelle ore pomeridiane".
Sul luogo del combattimento, tra Andria e Corato, gli italiani attesero ansiosi il nemico in ritardo, animati da spirito di vendetta e amor patrio per l’orgoglio ferito. E’ pomeriggio, tardo pomeriggio, quando le due squadre sono schierate l’una contro l’altra, sui lati opposti del campo, mentre si scambiano il saluto di rito e vengono dati i segnali della battaglia. Al terzo squillo di tromba il combattimento ha inizio, armato e violento. Sbalzati dalla sella, gli italiani Miale da Troia e Capoccio Romano, non si danno per vinti. Il secondo, raccolte le armi e le forze, si rialza e fomenta i cavalli francesi provocandone la caduta dei rispettivi cavalieri. Miale da Troia, invece, muore. Ettore Fieramosca si accanisce contro La Motte, disarcionandolo subito. Per correttezza scende anch’egli da cavallo e il combattimento si risolse in un corpo a corpo tra i due. A La Motte non restò che arrendersi molto presto.
Gli italiani, guidati da Ettore Fieramosca, si dirigono alla volta di Barletta in un corteo trionfale. Qui con suoni di campane e colpi esplosi da trombonieri si festeggiò l’orgoglio italiano riscattato dopo l’affronto subito. "Li fuochi per le strade, li lumi per ciascuna finestra, le musiche di variati suoni, e canti, che per quella notte fur esercitati, non se potrian per umana lingua narrare a compimento".

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