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Ricordo di Mario Etna
Quando me lo trovai
davanti, dal 1970 in poi, sul palco del carnevale di Capua, ebbi
immediatamente la sensazione di aver ritrovato con lui la mia
autentica anima popolare. E ritornavo agli anni ’40, quando,
fanciullo, vivevo tra vico Paolo Bottoni e via Duomo, nipote “ ‘e
Stefano ‘o caffettiere”, e a stretto contatto con le famiglie Grimaldi,
D’Aquino, Brigo, Pesa, Natale, Cosmi e tante altri, che nella zona
costituivano una sola famiglia. Vi era un solo medico, Lusi; una sola
automobile, quella del dottore Lusi; tanti artigiani, operai,
commercianti, gli operai del Pirotecnico, tanto affetto e tanto
rispetto reciproco. Mario Etna, detto lo “Scocchione” faceva il
miracolo di farmi ritrovare nel passato. Di una Capua che non esiste
più, ove la vera anima popolare non era contrapposta a quella
percepita come nobiliare, ma era presente nei sentimenti, nella
vivacità e nell’intelligenza di tutto il suo laborioso popolo. Ai
funerali di Mario ci siamo ritrovati in tanti. Il professore Gianni
Grimaldi mi faceva riflettere sul senso più vero della presenza di
Mario al Carnevale: tanta autoironia, tanto dileggio di se stesso nei
vari personaggi presentati, al punto tale da far risaltare i difetti
degli altri. In modo sempre garbato e con tanta intelligenza. Ciò che
faceva divertire il pubblico e lo coinvolgeva. E quel suo esclusivo
linguaggio: io ero il “cifrò”. Per lui ero il microfono suo e di
tutti. Quando nel 1990 sul palco lui era un improbabile imperatore
romano e io, in costume, il suo scudiero, lo “Scocchione” sciorinò un
“latinorum” così originale e convinto che chi lo ricorda ride ancora
oggi. E così mi piace salutarlo e ricordarlo con tanto affetto. Pompeo
Pelagalli
Anfore ritrovate a Capua
finiscono a S. Maria C.V.
La protesta di
“Archeoclub” e “Capuana Civitas”. Dopo il ritrovamento il 29 settembre
(vedi “Corriere” del giorno dopo a firma Massimiliano Spada) di decine
di anfore quasi tutte integre nel corso di lavori di fondazione di un
palazzo per civili abitazioni fuori Porta Roma, sono arrivate le prime
reazioni dal mondo della cultura. Il parere qualificato del presidente
dell’Archeoclub Luigi Monaco è in una lettera del 4 ottobre, divulgata
sul “Corriere” il 5: “Sono anfore romane del tipo a cratere, di forma
affusolata, comprensive di anse e puntali ed hanno un’altezza
variabile da 100 a 120 cm. circa. Una sessantina di esse, in buono
stato di conservazione e di cui una ventina completamente integre,
sono state trasportate al Museo Archeologico di S. Maria C.V.. Il
ritrovamento chiarisce sul piano storico, in maniera inequivocabile,
che il territorio urbano di Capua Antica non era limitato alla sola
area urbana su cui sorge, oggi l’odierna S. Maria C.V., bensì aveva
un’estensione molto più vasta, fra cui ricordiamo l’area del sito
della Palombara, e l’area del sito dell’antica “Casilinum” che
interessano più da vicino la nostra Città”. Monaco sostiene che dopo
la distruzione di Capua (841) e di Sicopoli sul monte Palombara, i
capuani ricostruirono la loro patria a Casilino nell’856; quindi Capua
era presente in Casilino prima dell’841. Precedentemente reperti
archeologici di epoca romana, sono affiorati durante la costruzione
della T.A.V. in via Brezza: erano resti di una cantina sociale, di
notevole interesse, precipitosamente interrati. Circa le anfore,
Monaco sottolinea: “I funzionari della Soprintendenza archeologica,
repentinamente, si sono adoperati a far trasferire i ritrovamenti al
museo statale di S. Maria C.V., unica sede museale deputata a
custodire i reperti, proprietà dello Stato - sottolinea Monaco - si
ritiene che i reperti possono essere indirizzati ai musei più prossimi
al luogo dei ritrovamenti, come avvenuto a Teano, Sessa Aurunca,
Mondragone, Orta di Atella, Sinuessa, ecc. Non si capisce perché la
città di Capua che possiede un museo archeologico di risonanza
mondiale non possa custodire reperti rinvenuti e legati quindi al
territorio di rinvenimento!”. Quindi precisa che cosa è il Museo
Provinciale Campano “privato per modo di dire, dato che è di proprietà
di un’istituzione statale quale la Provincia di Terra di lavoro, e
quindi ha i requisiti per ritenersi museo statale”. Nei giorni
successivi si sono unite le proteste di “Capuana Civitas” di Vittorio
Sortini e dell’Archeoclub, che in un manifesto congiunto “invitano il
presidente della Provincia e il sindaco di Capua” a fare i loro passi
presso il Ministero BB.CC. affinché i reperti attuali (e precedenti)
vengano immediatamente restituiti a Capua, invocando un disposto di
legge secondo cui “le cose rinvenute rimangano presso la regione o
altro ente pubblico territoriale”, norma che se ritenuta valida, deve
essere rispettata dal Ministero, atteso che a Capua c’è il Museo
Campano, di proprietà della Provincia, ente ausiliario dello Stato. Il
sindaco Pasca ha aderito senza indugio all’invito indirizzando una
lettera al Ministero predetto e si aspetta ora solo una risposta, che
prima o poi dovrà pure arrivare. (foto di un’anfora rinvenuta e di un
carico in partenza per S. Maria C.V.). Franco Fierro
Uno scoiattolo veglia sul
sonno eterno di Carlo Santagata
Il 5 ottobre, nella
triste ricorrenza dell’impiccagione dell’eroe giovinetto Carlo
Santagata ad opera dei tedeschi, davanti al cippo che ricorda l’atto
eroico del giovane, ha avuto luogo una cerimonia congiunta Comune e
Comitato Capua Città Martire, per ricordare alle nuove generazioni il
fulgido atto compiuto dal giovane. Una folta rappresentanza di
autorità civili, militari e religiose con le associazioni
combattentistiche e d’arma, ha partecipato alla cerimonia, deponendo
corone d’alloro presso il cippo. Un trombettiere ha eseguito le note
del “Silenzio” in memoria dell’eroe. Presenti alla cerimonia il
fratello di Santagata, Giovanni, il sindaco Pasca, autorità civili e
militari. C’è un particolare curioso da raccontare e che è stato
scoperto per caso da un imbianchino che era all’opera per pitturare
la recinzione metallica del monumento a Carlo Santagata. In mezzo a
questo cippo svetta un secolare gelso, ad un robusto ramo del quale
il 5 ottobre del 1943 i tedeschi fecero penzolare il corpo di Carlo
Santagata. Mentre l’operaio faceva il suo lavoro, dal gelso ha sentito
provenire dei fruscii e ha pensato che si potesse trattare di un topo
o di una lucertola. Come è fisicamente costituito, il gelso ha un
tronco molto largo e presenta in vari punti della superficie delle
cavità naturali a forma rotonda. Per nulla preoccupato ma soltanto
incuriosito, l’operaio si è allontanato di pochi metri dall’albero ed
ha incominciato a fissare il tronco con attenzione. A questo punto ha
fatto capolino da un foro del gelso la testolina di un simpatico
animaletto che somigliava ad uno scoiattolo, ma non ne era certo.
Immenso è stato il suo stupore. E’ rimasto ancora qualche minuto, con
il dubbio che avesse potuto sbagliare. Ed ecco che lo stesso
scoiattolino è riapparso da un altro buco. “Non ci sono dubbi - ha
pensato - abita all’interno del tronco e dalle fronde e dai frutti
dell’albero ricava il suo cibo quotidiano”. L’albero è popolato e
animato dalla presenza di questo grazioso animale, che sembra non solo
essere custode della pianta, ma vegliare sul sonno eterno del giovane
partigiano giustiziato dai tedeschi. Forse vuol essere l’anima del
ragazzo ucciso che, vivificando il gelso, vuole essere un monito a
tutti gli uomini affinché si aborriscano le guerre e trionfi la pace.
In particolar modo in questo momento tragico per le sorti
dell’umanità.
Celebrato il 60º
anniversario dello scoppio di Carditello
Il 10 ottobre, nel
recinto del nuovo cimitero, una piccola folla, con i labari
dell’Associazione Combattenti, dei Bersaglieri e dei Carabinieri, ha
celebrato il 60º anniversario del tragico scoppio di Carditello. Con
poche ma significative parole sono state ricordate le 45 vittime
civili e militari che persero la vita in quel tragico mattino dell’11
ottobre 1944. La cerimonia è stata organizzata dal Comitato Capua
Città Martire. Tra i presenti, oltre al colonnello Pasquale Galluccio
e numerosi componenti del comitato, il preside Fernando La Marra, il
superstite dello scoppio Armando Pesce, Rosaria Vinciguerra, figlia e
sorella di due vittime, il col. Antonio Pascarella, della direzione di
Carditello, i consiglieri comunali Antonio De Simone e Camillo
Ferrara. ReteCapua ha ripreso la breve cerimonia. Ancora oggi i più
anziani ricordano quanto avvenne in quel tragico giorno, a pochi mesi
dai bombardamenti di Capua, che seminarono la morte di 1062 persone e
la semidistruzione della città. Anche a Carditello diedero il loro
tributo di sangue tantissimi capuani che sono stati ricordati nella
cerimonia del 10 scorso.
Esce prossimamente “Capua
nella tempesta” di Carlo De Vivo
Con presentazione di
Franco Fierro, direttore del Block Notes, e prefazione del col.
Pasquale Galluccio, esce prossimamente il volume “Capua nella
tempesta” di Carlo De Vivo, che raccoglie tutti gli articoli relativi
all’ultima guerra, da lui scritti e pubblicati sul periodico “Il
crogiolo”. L’opera, con copertina a colori e numerose foto del
periodo, tratte dalle originali, sarà presentata entro dicembre. |